Giovedì 21 Marzo 2019 | 07:09

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Meno libertà più sicurezza per combattere il terrorismo

di Giovanni Valentini
Meno libertà più sicurezza per combattere il terrorismo

di GIOVANNI VALENTINI

Di fronte alla minaccia oscura e sanguinaria della jihad islamica, in piena «guerra globale», non serve rifugiarsi nella retorica o nell’ipocrisia. Ognuno di noi, nella propria vita personale o familiare, può dare un contributo alla lotta contro il terrorismo: rinunciando consapevolmente a un pezzo della propria libertà; accettando cioè di ridurla temporaneamente per restringere l’obiettivo dei fondamentalisti e abbassare il livello del pericolo. Lo sappiamo tutti che, in tempi normali, libertà e sicurezza non sono alternative. E che anzi l’una supporta e garantisce l’altra. Ma questi, purtroppo, non sono tempi normali. Siamo in stato di emergenza. E allora, bisogna sacrificare un po’ di libertà individuale per difendere e aumentare la sicurezza collettiva, senza tuttavia arrendersi – come esorta il presidente Obama – a una «nuova normalità».
 

Dalla blindatura di una capitale europea come Bruxelles alla paralisi di un’irriconoscibile Parigi, fino ai petardi vietati sugli spalti del San Nicola di Bari, nel weekend scorso ne abbiamo avuto una riprova su scala internazionale. Aeroporti, stazioni, metrò, grandi teatri e stadi di calcio chiusi o presidiati in massa dalle forze di polizia. Una sorta di black-out generale dell’insicurezza e della paura.

È comprensibile ed è inevitabile che tutto ciò avvenga. Per cautela e precauzione, i governi dei Paesi più esposti – come la Francia o il Belgio - non possono fare a meno di invitare i cittadini a restarsene di più in casa, a limitare gli spostamenti e soprattutto a evitare gli assembramenti in luoghi pubblici. Oltre alle azioni militari, alle retate preventive e alle perquisizioni, la prudenza impone a ciascuno di esporsi il meno possibile al rischio di attentati e di attacchi, armati o chimici che possano essere.

Non c’è bisogno di arrivare al coprifuoco per ottenere un tale risultato. Certo che dobbiamo continuare a vivere, a lavorare e anche a divertirci. Ma dobbiamo anche sapere che è proprio questo l’obiettivo strategico dei terroristi islamisti: il nostro costume, la nostra cultura, il nostro benessere. E allora, fino a quando non saremo usciti dal tunnel del terrore e in attesa di uscirne al più presto, è necessario innanzitutto salvaguardare le condizioni della sopravvivenza, riducendo la velocità come si fa in automobile quando piove o nevica oppure quando si entra nel buio di una galleria.

Non dobbiamo aver paura, insomma, di avere paura. È proprio questa vigile consapevolezza che può indurci a non sottovalutare né a sopravvalutare il pericolo. Senza drammatizzare la situazione al di là dei suoi contorni reali, per non cadere nella trappola dell’allarmismo e del panico.

Meno libertà significa – per esempio – sottoporsi con maggiore disponibilità ai controlli di polizia; collaborare con chi presidia la nostra sicurezza; frequentare meno i locali pubblici; evitare i luoghi più affollati; modificare e adattare le nostre abitudini, come fummo costretti già a fare in Italia all’epoca delle Brigate rosse. E come i nostri genitori o i nostri nonni fecero durante la guerra. O come abbiamo fatto noi stessi all’inizio degli anni Settanta, durante l’austerità imposta dalla crisi del petrolio, accettando le «domeniche a piedi» per ridurre i consumi di benzina e gasolio.

Sì, è vero che abbiamo costruito la nostra libertà nell’arco di duemila anni. Ed è anche vero che, in condizioni di normalità, la libertà e la sicurezza non sono alternative. Ma è proprio per difenderle entrambe che adesso dobbiamo sacrificare transitoriamente la prima a favore dell’altra. È dall’attentato alle Torri gemelle di New York nel 2001, del resto, che la società occidentale è chiamata ad affrontare questa sfida epocale e ora è l’Europa a trovarsi in prima linea.

L’esercizio della libertà sta proprio nella consapevolezza dei limiti che questa comporta. Limiti che possono riguardare la libertà individuale altrui o, nel nostro caso, un interesse superiore e generale come la sicurezza collettiva. Questa è la regola fondamentale della convivenza pacifica.

Il discorso vale reciprocamente per noi e per gli altri. Le stesse comunità islamiche che ospitiamo nei nostri Paesi, dalla Francia al Belgio, dalla Germania all’Italia, hanno tutto il diritto di distinguersi dai terroristi che usurpano la loro religione. Ma allora, se vogliono continuare a convivere sui nostri territori, hanno anche il dovere di isolare e denunciare i guerriglieri del terrore.

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