Martedì 19 Marzo 2019 | 15:39

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di Giuseppe De Tomaso
Il fantasma del Generale non soltanto a Parigi
di Giuseppe De Tomaso

Le informazioni sulla sfida dell’Isis alla Francia devono essere più allarmanti dell’immaginabile se il presidente francese non solo ha chiesto poteri straordinari e altri mesi di Stato d’emergenza, ma ha preannunciato una modifica della Costituzione per agire contro il «terrorismo di guerra». Già l’attuale Costituzione d’Oltralpe è figlia di una stagione burrascosa (1958), segnata da tragiche vicende belliche, e già i poteri della presidenza della Repubblica francese sono persino più robusti di quelli esercitati dal Capo della Bianca. Se poi la Costituzione transalpina dovesse recepire, come auspica Francois Hollande, modifiche di natura vieppiù decisionistica, prepariamoci ad analoghe sollecitazioni in altre nazioni europee. L’effetto domino e l’effetto emulazione in politica non sono inevitabili. Ma, a volte, sì. Come potrebbe verificarsi prossimamente.

Già nel 1958 la Francia è costretta a cambiare la sua legge fondamentale in seguito alla guerra d’Algeria, ossia all’impotenza dei suoi governi nel fronteggiare le rivolte, contro il colonialismo, scoppiate nel Paese nordafricano. A Parigi la crisi costituzionale e istituzionale è talmente ingovernabile che l’unica via d’uscita è affidare i pieni poteri al generale Charles De Gaulle (1890-1970), eroe della Resistenza contro il nazismo. Il Generale accetta la sfida, ottenendo piena libertà di manovra. Nemico del parlamentarismo, egli vuole sfornare una Costituzione che attribuisca al Capo dello Stato poteri incisivi, non protocollari, specie in materia di politica estera e difensiva. Il Presidente della Repubblica, nei piani di De Gaulle, dovrà essere il comandante vero della nazione, il motore effettivo del governo.

Detto, ottenuto. La Quinta Repubblica di De Gaulle ridà sùbito slancio e vigore all’esecutivo, anche se un oppositore del calibro di Francois Mitterrand (1916-1996) la definisce un «colpo di Stato permanente». Anche per gli altri avversari del Generale il nuovo assetto repubblicano è un frullato fra autoritarismo politico, paternalismo sociale, decisionismo plebiscitario e nazionalismo economico. Una combinazione poco in linea con i precetti del costituzionalismo liberaldemocratico.

Ma De Gaulle è De Gaulle. Un mito per molti francesi e un esempio da imitare per molti governanti (non solo) occidentali. Sta di fatto che la Costituzione iper-presidenzialistica francese, nonostante la singolarità formalistica dell’esecutivo bicefalo (poteri divisi tra capo dello Stato e capo del governo), viene accettata e legittimata da tutti i successori del Generale, compresi quelli, come il socialista Mitterrand, che più avevano inveito contro i super-poteri assegnati all’inquilino dell’Eliseo.

La figura del primo ministro rimane la più sfigata: deve rispondere contemporaneamente al Presidente della Repubblica e all’Assemblea Nazionale; in teoria è lui ad avere più prerogative in campo economico, nei fatti è sempre il Capo dello Stato ad avere l’ultima parola, ma i fulmini dell’opinione pubblica, nei periodi di crisi, si abbattono sul povero premier (è davvero lui il parafulmine nazionale). Neppure quando la maggioranza parlamentare ha un colore diverso da quello del Presidentissimo, neppure in questo caso il premier può agire da premier. L’ombra del Capo dello Stato lo sovrasterà sempre, specie nei vertici internazionali con i governanti del globo. Insomma, più che un primo ministro, il capo (formale) del governo francese è a tutti gli effetti un semplice sottosegretario.

Da buon militare De Gaulle indica le due condizioni che giustificano l’assunzione di poteri straordinari da parte del Capo dello Stato: l’esistenza di una grave e immediata minaccia contro le istituzioni repubblicane e l’impossibilità dei poteri costituzionali di operare senza problemi. Il primo caso si verifica nella primavera del 1961, quando De Gaulle ricorre ai poteri eccezionali per stroncare sul nascere il tentativo di un «golpe» deciso da un gruppo di ufficiali in Algeria ostile alla sua politica verso la colonia francese.

Oggi la situazione è più grave di quella affrontata dal Generale prima nel 1958 e successivamente nel 1961. La minaccia dell’Isis è tremenda, apocalittica. Mira allo stile di vita, ai consumi, alle libertà del mondo occidentale. Lo spirito del Generale deve aver aleggiato nei saloni dell’Eliseo, fino al punto di indurre il pacifico Hollande a prospettare una Costituzione ancora più restrittiva di quella ispirata dal suo leggendario predecessore. Tutti saranno meno liberi in Francia: è il prezzo da pagare per preservare la sicurezza.

Il che ripropone la domanda: saremo tutti francesi anche sul piano delle restrizioni delle libertà personali? Chissà. Forse. Il politologo Alexis de Tocqueville (1805-1959) sosteneva che le democrazie sono renitenti a imbarcarsi in conflitti militari, ma quando ci si tuffano solitamente approdano alla vittoria. Stavolta è diverso. L’Isis non è un antagonista facilmente identificabile. È teocrazia, è teosofia. E richiede uno sforzo, una visione, un’analisi geopolitica che costituiscono uno sforzo inedito nella storia dei popoli.

Le democrazie sapranno essere all’altezza del cimento cui sono attese? Il russo Vladimir Putin manifesta i suoi dubbi sulle capacità dei suoi colleghi democratici. Ma il rischio, se dovesse fallire la linea stragollista di Hollande contro il terrorismo, è che le democrazie si ritrovino con parecchie garanzie costituzionali in meno e qualche padrone (interno o esterno) in più.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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