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«Datemi un museo e ve lo riempirò», diceva Pablo Picasso in tempi in cui l’arte non era ancora un’entità «scomoda» da mettere nei bilanci dei governi. Tempi in cui l’artista poteva anche essere povero in canna, ma a nessun ministro veniva in mente di dichiarare che «con la cultura non si mangia».

Ebbene, oggi che abbiamo i musei pieni di tanta bellezza, c’è il problema di riempirli di umanità e cioè di visitatori, la vera linfa di ogni espressione culturale. Dopo decenni di articoli sulla «Cultura chiusa per ferie», finalmente, possiamo raccontare che in Puglia questa estate, le aperture straordinarie hanno funzionato.

Duecentomila persone, un bel numero, hanno scelto la notte al museo, la visita guidata nel centro storico, il racconto degli affreschi in una chiesa. È accaduto nell’estate della calura, nell’estate della crisi, in cui - forse con la complicità dei viaggi diminuiti - questo bel numero di persone ha preferito la cultura. Sì, museo invece di nottata anchilosata dall’uso frenetico di smartphone; museo, invece di sonni sudaticci davanti ad una serie Tv.

Questi «eroi» sono ora i protagonisti del bilancio stilato da Pugliapromozione alla chiusura degli «Open days»: di loro si parla nei comunicati inviati alle redazioni dei giornali, per raccontare che le cifre hanno premiato un’iniziativa che era da promuovere da tempo. Chiese, cattedrali, castelli: tutto ha fatto da scenografia a queste serate culturali che hanno messo a disposizione di cittadini e turisti i loro beni. C’è chi ha scoperto per la prima volta - pur essendo pugliese doc - i trabucchi di Peschici e chi ha girato per il centro storico della propria città, osservando con un nuovo sguardo consapevole il palazzo, l’arco, la piazza. Pare che al top delle visite ci sia stata la Concattedrale di Santa Maria Assunta ad Ostuni, come pure le chiese di Nardò e Martina Franca. Ma è chiaro che laddove si concentrano più turisti e più vacanzieri, il gioco è fatto.

In città però non è andata diversamente: abbiamo visto con i nostri occhi la gente in fila il sabato sera per la visita guidata gratuita al teatro Petruzzelli di Bari o per l’apertura serale del castello aragonese di Taranto. Sembrerebbe che conoscere a fondo questi luoghi sia scontato per chi vive in città, ma evidentemente non è così e la ventata di orgoglio e di identità che questo interesse può trainare è molto interessante anche dal punto di vista sociale.

Insomma, evviva gli «Open days», che purtroppo però parlano inglese solo nel loro slogan, dato che molte visite guidate nei centri storici, erano rigorosamente «italian» e quindi incomprensibili ai turisti stranieri che vi capitavano. Modesta proposta: per il prossimo anno, se l’esperimento andrà avanti, si potrebbe pensare a una possibile traduzione, come lo si pensa in tanti altri Paesi del mondo? Oppure, in mancanza, chiamiamoli in italiano «Musei aperti», così nessuno si illude.

Ma a proposito di illusioni... quanti turisti disillusi lasciano Bari su quei «casermoni» naviganti che li portano in crociera? Poverini: quando arrivano al porto e «si avventurano» per una passeggiata in città senza affidarsi ai tour guidati per i trulli o ai trenini e risciò, sembra che abbiano paura a mettere il naso fuori dalle cancellate del porto. Oltre la sbarra dei controlli, li accoglie soltanto un grande cartello - utile ma non beneagurante - «Apotheke» e cioè farmacia. Ma, al di là di una mappa semi-invisibile posta dall’altro lato della strada, non trovano nulla di più. Chissà, sarebbe un sogno creare un cartello con l’indicazione del castello? Della Basilica? Della cattedrale? Del centro?

Molti di questi turisti short time (evviva gli anglismi) vagano senza troppa convinzione; alcuni osano chiedere dove sia una strada con negozi; altri rientrano sulla nave già per l’aperitivo. A loro una open town, una città un po’ più ospitale sarebbe gradita. Ecco il seme futuro degli Open days : la voglia di applicare questa esperienza virtuosa a molte altre esperienze. Ma con una open mind , con la mente aperta di chi sa che la cultura dà dolci frutti. E quelli sì che possono mangiarsi.

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