Martedì 26 Marzo 2019 | 01:07

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Le pensioni sono come la scuola. Ogni governo vuole passare alla storia come artefice di una riforma epocale, definitiva. Di solito si segue uno schema già sperimentato. Si lancia un’idea, si vede l’effetto che fa, la si corregge, la si smentisce, poi la si ricalibra, infine la si presenta nelle sedi istituzionali. Nel frattempo se ne discute in tv e sui giornali, mentre ispiratori, esecutori e oppositori della proposta si dedicano al calcolo delle successive ricadute elettorali. Mi conviene? Non mi conviene?

Per decenni le pensioni sono state il simbolo della spensieratezza governativa, lo strumento privilegiato della «democrazia acquisitiva». Voglio il consenso? Lo compero regalando assegni previdenziali a raffica, ora adeguandoli all’ultimo mese di stipendio, ora destinandoli anche a chi aveva versato contributi per soli 14 anni. Il che si traduceva in una sorta di salario minimo di massa, oltre che in un’autorizzazione plateale, per i giovani fortunati, a costruirsi un secondo lavoro.

Ovviamente, questa strategia della pensione non poteva durare. C’era gente che cercava un’occupazione per pianificare una ravvicinata fase esistenziale da baby-pensionato a vita. C’era gente che, così facendo, non solo contribuiva ad allargare la voragine del debito pubblico, ma che - con le entrate da baby-pensionato - prestava denaro allo Stato sottoscrivendo i titoli di debito pubblico. Una situazione paradossale, per non dire di più: oscena, indecente, pazzesca, diseducativa. Si mirava alla pensione, prima che al lavoro.

Anche Renzi vuole lasciare traccia della sua azione in campo previdenziale. Finora il Royal Baby fiorentino si è concentrato su molti punti: dal lavoro alla scuola, dalle riforme istituzionali alla riforma del pubblico impiego. Non aveva affrontato sistematicamente il capitolo pensionistico forse perché non ancora convinto degli obiettivi da perseguire. E poi: il tema pensioni è esplosivo come una bomba atomica. Il rischio di essere colpito dalle radiazioni di alleati e avversari, sindacati e corporazioni è più probabile di un attentato dell’Isis contro i turisti occidentali. Di qui il metodo della sub-strategia della sperimentazione da utilizzare per la più decisiva strategia della pensione.

Il professor Tito Boeri, presidente dell’Inps, ha notato, non da oggi, che parecchi pensionati, raggiunti da assegni reali superiori ai 2mila euro mensili, ricevono, in proporzione, più di quanto hanno versano sul piano contributivo. Il che non sarebbe giusto. Ma anche i titolari di pensioni minime hanno dato allo Stato meno di quanto hanno ricevuto a fine carriera. Il sistema retributivo era quello, costoso e perverso come il generone di Hollywood, tanto è vero che stava portando l’Italia alla definitiva rovina finanziaria. E oggi quasi tutti i pensionati si giovano ancora della filosofia retributiva. Del resto, l’aspetto curioso e inspiegabile della riforma Dini (1995), che segnò lo spartiacque tra metodo retributivo e metodo contributivo, è che avrebbe sortito i suoi benefìci più di 30 anni dopo. Ma, si sa, le usanze di casa Italia sono queste: più ai padri, meno ai figli.

Nel frattempo, sull’onda del successo grillino, ha fatto capolino nel dibattito politico generale il cosiddetto reddito minimo o di cittadinanza. È il piatto forte del menù programmatico pentastellato. E, come tale, va assaggiato dal resto dei commensali del Palazzo. Infatti. Per frenare l’offensiva del M5S sul reddito minimo garantito, il governo sembra orientato a giocare d’anticipo, mettendo in agenda il varo del provvedimento. Ma la solidarietà costa, e - in attesa di miracoli finora ignoti - ci sono solo due soli modi per finanziarla: o tagliando le spese o tassando chi, per il fisco, risulta più ricco.

La prima strada, nella Penisola, è più accidentata della Salerno-Reggio Calabria. Meglio imboccare la seconda: è più scorrevole, più chiara e procura il plauso di molti viaggiatori. Chi avrebbe qualcosa da obiettare a un provvedimento che toglie ai ricchi per dare ai poveri? Infatti, la via più probabile per imbarcare il salario minimo sembra quella di tagliare le pensioni sopra duemila euro. Dai soldi ricavati si potrà sorreggere l’intervento del governo. Pur di raggiungere il traguardo, tutto può servire, a cominciare dalla manipolazione del linguaggio. Basti pensare che vengono definite «d’oro» pensioni da duemila euro. Roba da evocare le persecuzioni staliniane contro i contadini che possedevano un orto o una gallina in più e, come tali, erano additati a ricchi borghesi da eliminare.

Ora. Non è possibile che, in vista di un’iniziativa di solidarietà - solidarietà che, ricordiamolo, non può che essere volontaria, altrimenti si scivola nell’imposizione autocratica ed espropriativa - lo Stato non debba mai tagliare se stesso, ma debba sempre continuare a pretendere quattrini dai suoi amministrati. Primo, perché non è giusto scaricare il peso di un intervento assistenziale sempre e soltanto sugli altri. Secondo, perché così si scoraggia la gente a impegnarsi e lavorare di più. Terzo, perché le cosiddette «pensioni d’oro» non fotografano la condizione della ricchezza individuale, ricadendo la solidarietà voluta dallo Stato solo sulla fascia visibile (fiscalmente parlando) della popolazione.

A meno che non si voglia portare l’assegno pensionistico a 1000 euro mensili per tutti. Una misura che sul piano elettorale varrebbe milioni di voti, ma quanti danni provocherebbe sul versante della giustizia, dell’efficienza e dell’incentivo a sgobbare di più?

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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