Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:41

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Per il premier la mina vagante del sotto-Marino capitolino

di Michele Cozzi
Per il premier la mina vagante del sotto-Marino capitolino

di MICHELE COZZI

L’E.T. che occupa il Campidoglio non ci sta a essere ricacciato ai confini della galassia. Il caso-Marino, il sindaco del «mi dimetto-sì; no, non mi dimetto» è una mina vagante sulla rotta della narrazione renziana. Una mina vagante che potrebbe trasformarsi in un «sotto-marino» pronto a esplodere lasciando morti e feriti sulla sua scia.

Proprio quando gli indici dell’economia lasciano intravedere qualche luce all’orizzonte, così come emerge anche dall’analisi dell’Istat sulla fiducia crescente degli italiani, il premier è costretto ad occuparsi (sì, perché ha cercato fino in fondo di non occuparsi della querelle) del sindaco di Roma. Che nelle prossime ore dovrà decidere se confermare le dimissioni o andare in aula, sfidando il Pd, alla ricerca di nuove alleanze, per rimanere seduto alla poltrona.

Un caso-politico di valenza nazionale che rischia di gettare una cattiva luce sulla storytelling, cioè sulla narrativa, di un Paese che - secondo il premier - nel giro di pochi anni può insediare l’egemonia tedesca sull’Europa.

Renzi ha cercato di lasciare la «questione romana» alla gestione del partito locale. Poi ha inviato Orfini, ex bersaniano convertitosi al renzismo, con il mandato di normalizzare il sindaco-alieno, affinché non facesse troppi danni. Orfini non è riuscito nel compito («c’è una persona che sta lì proprio per chiudere la vicenda, che la chiuda. Non mi filo in in certe beghe», avrebbe detto il premier ai fedelissimi), e anzi la situazione si è notevolmente esasperata. Ma ieri sera, da Cuba, il premier gli ha riconfermato la fiducia in Orfini. Il Pd vuole il passo indietro del suo sindaco, non tanto e non solo perché «incappato» nella storia degli scontrini, ma soprattutto perché non sarebbe riuscito a dare un minimo di visibilità alla sua guida della città.

Marino è un «peso» per il partito, perché ha il suo «popolo» - che è sceso in piazza qualche giorno fa - che gli chiede di rimanere al Campidoglio. E perché potrebbe ripresentarsi alle prossime elezioni alla guida di una lista civica. Il caso è sfuggito di mano al Pd. Che ora attende da Renzi la linea politica. Che fare, con l’«Alieno»?

Lo scenario è chiaro. Se Marino rimane al suo posto, nonostante il «no» del suo partito, inevitabilmente sul Pd cadrebbero le ripercussioni, non solo di un’indagine aperta, ma soprattutto di una gestione politica della Capitale che sembra essere entrata in collisione con il senso comune dei cittadini.

L’altro scenario è quello dell’accelerazione della crisi, e il ritorno alle urne. Per il Pd sarebbe solo apparentemente il male minore. Perché l’esito del voto romano avrebbe inevitabilmente ripercussioni di valore nazionale. Ecco lo scenario che in via del Nazareno vedono con il fumo negli occhi: il Pd che incontra non poche difficoltà a trovare un forte nome spendibile per le elezioni (ci sono già una caterva di «no» di personaggi di primo piano), i grillini con il vento in poppa che conquistano non Parma, ma nientemeno che la Capitale. I sondaggi sembrano andare in questa direzione. Anche i grillini sono già alla ricerca del candidato giusto (molti big non vogliono bruciarsi) ma ad oggi sembrano coagulare un’onda emotivo-protestataria che potrebbe portarli alla vittoria. Della serie: vincerebbe quasi chiunque.

Sarebbe un duro colpo per il premier. E al suo disegno di una Italia che «non vuole più aspettare». Una Roma «grillina» potrebbe innestare un meccanismo, una «bolla» difficilmente controllabile.

L’Italicum, la legge elettorale, è una incognita per il Pd. Al ballottaggio il partito di Renzi potrebbe scontrarsi con i M5S. Che cosa accadrebbe? Come si schiererebbero gli elettori del centrodestra? Uno scenario da incubo per Renzi che, non a caso, dice che dopo di lui non tornerebbe la sinistra-sinistra, ma vincerebbero le forze populiste.

Per questo Roma «val bene una messa». Finora Renzi ha preferito stare al largo. E ha risposto «no» alla richiesta d’incontro avanzata dal sindaco. Ma la questione romana rischia di esplodergli in mano.

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