Martedì 26 Marzo 2019 | 23:10

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Discernere la delusione

di Onofrio Pagone
Discernere la delusione
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Inutile mentire: la prima reazione rispetto alle conclusioni di questo Sinodo sulla famiglia è una certa delusione. A chi si aspettava grandi cambiamenti, la Relatio finalis lascia un po’ di amaro in bocca rispetto alle straordinarie aperture della vigilia ed anche alle esplicite dichiarazioni della prima assemblea sinodale di un anno fa.

Precisiamo: la delusione (posto che il testo finale con approvazione pontificia rimanga effettivamente lo stesso) riguarda non tanto le posizioni espresse in tema di omosessualità quanto quelle relative ai divorziati. E cioè gli ex mariti o le ex mogli - ex secondo la legge e i sentimenti - che vengono meno a un sacramento ma restano pur sempre nel recinto di Santa Romana Chiesa.

Il voto finale dell’assemblea conferma oltretutto questo moto istintivo di delusione: un solo voto di scarto ha permesso il via libera al documento, una maggioranza dei due terzi che sa di strutturazione parlamentare, ovvero esattamente l’opposto di quanto aveva suggerito il Papa.

L’assemblea sinodale dello scorso anno aveva dettato una traccia di lavoro molto significativa a proposito della Comunione ai divorziati risposati. I padri sinodali infatti avevano riconosciuto l’accesso al sacramento dell’Eucarestia a fronte di un percorso penitenziale guidato e coscienzioso. Al centro della scena restava dunque il divorziato, il suo pentimento rispetto a un percorso di vita fallito e a un sacramento (quello del matrimonio) smentito nel tempo nonostante la sacra promessa del «per sempre».

A distanza di un anno, i padri sinodali hanno riportato l’attenzione sul ruolo del pastore. Nel documento finale si precisa che i casi dei divorziati sono diversi tra loro e dunque si decide caso per caso. La relazione finale utilizza una parola-chiave: discernimento. E questo discernimento tocca ai pastori, ai sacerdoti. Resta - è scontato - il percorso penitenziale del singolo, ma al pastore è riconosciuto il potere di discernimento.

Tutti i 94 punti in cui si articola il testo finale del Sinodo sono stati scritti in italiano. E il dizionario italiano spiega il significato della parola discernimento: «capacità di capire e giudicare». Il verbo discernere significa «conoscere distintamente, distinguere, vedere chiaramente». Insomma: questo è il ruolo del confessore, del padre spirituale, il quale decide appunto «caso per caso» in virtù del reale pentimento che gli viene prospettato rispetto a un peccato.

Dov’è la novità, dunque, a fronte delle conclusioni dello scorso anno? È nel protagonismo ecclesiale non già del peccatore ma del confessore, che ha il potere di stabilire «caso per caso» a chi concedere la Comunione e a chi negarla.

Questo Sinodo era stato caricato di eccessive aspettative socio-politiche e questo spiega il cambio di passo dei padri sinodali. A fronte di un pressing libertario - si pensi alla sortita del sacerdote polacco che ha confessato alle telecamere di essere gay ed anche fidanzato - c’era da aspettarsi un irrigidimento delle posizioni dei vescovi.

Si consideri peraltro la scelta del Papa di regalare a ciascun sinodale una copia di un libro del gesuita argentino Diego Fares. Titolo: «Il profumo del pastore». Ovvero di colui che deve discernere.

La Comunione ai divorziati rientra in un cammino pastorale e perciò l’attenzione si rivolge anzitutto a chi guida questo cammino. Il Papa proprio in queste settimane ha predicato la responsabilità dei vescovi e dei sacerdoti, ha persino messo in discussione il primato petrino pur di persuadere i pastori della Chiesa ad assumere con più vigore il proprio ruolo.

Più che nel merito delle conclusioni finali, la novità di questo Sinodo sta nel metodo di lavoro, basato sull’ascolto e sulla collegialità. Non una sbavatura da questo punto di vista, rispetto al gran baccano sollevato tutt’intorno al Vaticano pur di tirare la tonaca verso istanze storicamente improponibili per la Chiesa.

Resta il no alle nozze gay, ma ci si aspettava una parola di più sulle unioni di fatto, non necessariamente omosessuali. L’epicentro delle attenzioni ecclesiali resta la famiglia e la famiglia è il luogo dell’amore, lo spazio naturale in cui l’amore si coltiva; ma se è così, la Chiesa di Francesco dovrà pronunciarsi sulle forme diverse benché non canoniche. La stessa omosessualità è trattata nel documento finale sotto l’aspetto della famiglia, cioè vicenda interna ad essa, questione che la stessa famiglia deve essere in grado di affrontare. Magari con la benedezione e il conforto della Chiesa.

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