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Lo scrittore Erri De Luca è stato assolto dall’accusa di istigazione a delinquere perché il fatto non sussiste. Quando uno scrittore finisce in tribunale per le sue parole significa che c’è qualcosa che non va. Non perché gli scrittori siano al di sopra delle leggi, ma perché le leggi forse non sono più adeguate alle parole o sono applicate male.

De Luca era stato trascinato in tribunale perché aveva incitato a «sabotare» la Tav, la contestata linea ferroviaria ad alta velocità in fase di realizzazione in Val di Susa. Lo scrittore riteneva e ritiene - l’ha detto anche ieri in Aula a Torino, con dichiarazioni spontanee prima del verdetto - che «la linea sedicente ad Alta velocità va intralciata, impedita e sabotata per legittima difesa del suolo, dell’aria e dell’acqua».

Tutto il processo si è incentrato proprio sul termine «sabotare». E la difesa dello scrittore è stata più semiologica che giuridica. De Luca ha scritto anche un pamphlet in proposito, in cui ha sostenuto il diritto alla «parola contraria»: «In margine al diritto di parola contraria, desidero scrivere che per me si tratta di dovere. Se non lo facessi, se per convenienza tacessi, badando ai fatti miei, mi si guasterebbero le parole in bocca. Il mio vocabolario di scrittore si ammalerebbe di reticenza, di censura. Perderei la bella compagnia che la scrittura mi tiene dalla remota età del primo raccontino. Per me, da scrittore e da cittadino, la parola contraria è un dovere prima di essere un diritto».

De Luca ha sempre sostenuto di aver usato il termine «sabotare» nel senso proprio della lingua italiana di osteggiare e non nel senso materiale di danneggiare. Aggiungendo che se così non fosse stato non avrebbe esitato lui stesso a guidare l’assalto ai cantieri della Tav. Dati i precedenti e dato l’uomo tutto d’un pezzo, non bluffava.

Dopo la sentenza il suo volto provato è apparso ancora più scavato del solito, anche se insolite sono state la commozione e l’abbraccio con l’avvocato che l’ha difeso. Molte idee di De Luca sono difficili da condividere, ma non si può dire che non le porti avanti con coerenza, la cifra che lega la qualità della sua scrittura e lo stile della sua esistenza. Forgiato da mille lavori e dallo studio da autodidatta in mille campi, a cominciare da quello delle lingue della Bibbia, delle quali è uno dei massimi conoscitori. Con occhio laico però, anche se sono pochi i credenti che come lui hanno saputo raccontare il senso di Dio.

Tutto questo giustifica allora l’incitamento alla rivolta, l’assalto ai cantieri, le pietre alla polizia? No, certamente no. Innanzitutto perché non è stato provato che gli assalitori della Tav agissero in seguito alle parole dello scrittore e per arrivare a una condanna - erano stati chiesti 8 mesi di carcere - questa era la prima cosa. Poi, perché occorre mettersi d’accordo una volta per tutte se l’articolo 21 della Costituzione vale sempre o a giorni alterni. I limiti alla libertà d’espressione sancita da quell’articolo sono stati individuati dagli stessi costituenti. Il legislatore ordinario ha ritenuto di doverne aggiungere altri facendoli sgorgare da altri diritti di rango costituzionale. Ma è difficile mettere le manette alle parole, il più semplice e schietto strumento d’espressione dell’uomo, senza commettere un abuso.

Sin dai tempi più antichi ci si è accorti che la parola rende liberi e non si contano i martiri caduti per difenderla. Scrittori, filosofi, sacerdoti e giornalisti sono in prima linea. Più che della istigazione o dell’apologia il Codice penale oggi dovrebbe interessarsi della parola sciocca, della parola vuota o della parola falsa. In un tempo in cui la libertà d’espressione può avvalersi di strumenti potentissimi, sorprende che si intravveda un pericolo nella parola scritta, strumento antico e in verità sempre perseguitato.

La parola scritta oggi è pericolosa perché è l’unica che può far riflettere, che accende nel lettore quello spirito critico che sorregge la libertà di ciascuno, come Kant insegnava. È per questo che nessuno persegue le sciocchezze dette in tv o alla radio: volano troppo in fretta per essere prese sul serio.

Esiste una responsabilità nell’uso delle parole? Certo. Esse vanno maneggiate con cura e padronanza, perché sono preziose e pericolose e vanno proibite sì, ma solo a chi non sa usarle, come è proibito il possesso di armi a chi non ne ha il permesso. Erri De Luca ha dimostrato ampiamente di saper maneggiare le parole e forse bastava questo a far capire che chi lo querelava usava uno strumento inappropriato. Contro la parola contraria, invece di andare in Tribunale, bisognava schierare la parola di verità che come tale non ammette contrari, se non le bugie.

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