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Dice bene il professor Michele Ainis, citando il giurista Meuccio Ruini (1877-1970), a proposito della presunta incostituzionalità degli sgravi fiscali anche per le case di lusso: il criterio di progessività, fissato nella Costituzione, va riferito all’onere tributario complessivo gravante sul cittadino, non a una misura specifica. Infatti l’Irpef conserva intatta la sua progressività. Se così non fosse, se cioè la progressività dovesse essere applicata, sulla tassazione di ogni prodotto o servizio, in base al reddito dei consumatori, si verificherebbe una babele di prezzi da abbattere pure i cervelli degni del Premio Nobel. Senza considerare, poi, che un’idea di questo tipo s’addice poco o punto al caso Italia, caratterizzato dalla Grande Menzogna fiscale di massa, al cui confronto il furbissimo Ulisse farebbe la figura di un Forrest Gump.

Di fronte alle dichiarazioni dei redditi, gran parte degli italiani sono più infedeli di Messalina. Solitamente le denunce dei redditi più cospicue arrivano dai contribuenti più onesti o da coloro che non possono evadere. Il grosso delle dichiarazioni - lavoratori autonomi sommersi e lavoratori dipendenti che arrotondano col secondo lavoro - rivela, diciamo così, vasti margini di slealtà nei confronti dello Stato. Attribuire, perciò, un attestato di sacralità ai redditi ufficiali significa prendere e prendersi in giro due volte. Siamo o non siamo un Paese dall’elevata astuzia fiscale? E se è così, perché continuare a invocare più progressività, visto che un ulteriore giro di vite ai danni dei redditi più alti equivale a colpire i cittadini più corretti e a scoraggiare quelli che vorrebbero uscire dalla clandestinità tributaria e mettersi in pace con la propria coscienza? Volere più tasse significa incrementare l’evasione. L’unica ipotesi plausibile è che inveire contro i ricchi (secondo le classifiche del fisco) assicura più popolarità e consensi elettorali, anche perché i veri ricchi (quelli che nascondono rendite e redditi allo Stato) se la ridono sotto i baffi: non hanno pagato fino a oggi, non pagheranno anche da domani.

Ma il richiamo, da parte di Pier Luigi Bersani, alla necessità di rispettare la Costituzione anche in campo fiscale, non può essere affrontato solo con gli argomenti fin qui esposti. Per un costituzionalista come Ainis, che invita a non confondere la progressività impositiva con la tassazione differenziata (sulla ricchezza di ogni consumatore) dei prodotti o dei servizi, ci può essere un esperto che invece interpreta il dettato costituzionale come imperativo categorico verso la progressività totale, assoluta. In tal caso, chissà in quale labirinto finiremmo.

Alle corte. La Costituzione italiana sarà la più bella e la più semplice del mondo. Ma nasce con un peccato originale, che è forse all’origine dell’impossibilità di realizzare una vera alternanza tra forze politiche e obiettivi economici diversi. Questo peccato originale si chiama Costituzione programmatica o Costituzione sostanziale. In breve. In quasi tutti i Paesi democratici le Costituzioni sono di tipo procedurale, non programmatico. Altrove, la legge fondamentale dello Stato si limita a delineare, in una cornice, gli ambiti in cui i partiti e i governi realizzeranno il loro disegno: si guarderebbe bene, perciò, dall’intervenire nel merito, nei contenuti di ogni singolo provvedimento. In Italia no. In Italia la Costituzione è un manifesto politico-programmatico, di orientamento dirigistico. Per cui, se in Italia dovesse spuntare un sosia di Ronald Reagan (1911-2004), non potrebbe realizzare nemmeno un capitolo del suo programma elettorale liberista perché cadrebbe sotto il fuoco dei giudici costituzionali. La sua idea di società libera si scontrerebbe, perdendo, con gli articoli della Legge Fondamentale dello Stato.

La flat tax, l’aliquota unica per tutti i redditi, adottata in una cinquantina di Paesi, la maggior parte dei quali faceva parte del blocco sovietico, in Italia sarebbe incostituzionale perché sconfesserebbe il principio della progressività fiscale stabilito dai Costituenti. Chiunque vinca alle elezioni, nella Penisola, deve attenersi al testo di una Costituzione che non lascia molti spazi di manovra ai governanti. Se, per rendere l’idea, dovesse emergere una forza politica ostile alle Regioni, e smaniosa di ritornare alla situazione di 50 anni addietro, essa dovrebbe sottoporsi alla lunga ed estenuante trafila della modifica costituzionale, resa difficile proprio per scoraggiare i conati di revisione. Tanto vale, allora, rinunciarvi sùbito. E così anche per le riforme di minore impatto, ma che chiamano in causa i princìpi di solidarietà e il rapporto tra Stato e privati. La filosofia e la lettera della Costituzione propendono per una società iper-regolamentata, il che attribuisce alla classe politica, al centro e in periferia, poteri superiori rispetto alle analoghe nomenklature delle altre nazioni.

Ci si chiede perché, in Italia, la corruzione dilaghi più che altrove. Raffaele Cantone attribuisce il progressivo aggravarsi del fenomeno (dopo Tangentopoli) alla riforma del Titolo Quinto della Costituzione che ha riempito di competenze le Regioni italiane. È stato realizzato il «federalismo della corruzione» (Rocco Palese, in una recente intervista alla Gazzetta). Ma, gira e rigira, si torna al punto di partenza: al carattere programmatico della Costituzione, le cui recenti riforme anziché introdurre l’elemento procedurale hanno accresciuto la cifra programmatica della suprema legge. Per cui statalismo e tangentismo andranno a braccetto come fidanzati per i secoli dei secoli.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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