Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:52

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di Oscar Iarussi
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di OSCAR IARUSSI

L’Italia sottosopra. In alto la parte che sta in basso e viceversa, senza più alcuna «terra di mezzo» se non nei verbali delle inchieste su «Mafia Capitale» (un binomio lessicale che solo vent’anni fa sarebbe suonato assurdo: la mafia era siciliana, punto). Il «mondo di sotto» negli ultimi lustri è andato all’ar rembaggio dei vertici della politica e dell’economia, e li ha conquistati per osmosi, influenzandone i costumi e lasciandosene permeare. Sicché, per dirla col D’Annunzio delle Laudi, «ogni strada era suburra».
Suburra è il titolo di un fortunato romanzo del giornalista Carlo Bonini e di Giancarlo De Cataldo (insieme firmano anche l’imminente sequel I giorni della misericordia). Il magistrato e scrittore De Cataldo, nato a Taranto, nei suoi libri è riuscito a restituire la temperie, gli intrighi, il mutamento antropologico di Roma, dove vive e lavora fin dai tempi dell’Università.

Dunque Roma caput immundi, metropoli contagiosa («Capitale corrotta, nazione infetta», scriveva Manlio Cancogni già nel 1955), prisma babelico dei vizi privati e delle pubbliche ipocrisie. Roma quale Grande Bruttezza o Romanzo criminale la cui eredità non smette di agire, corrodere, arricchire, mescolare le carte e i destini, dagli anni ‘70 della Banda della Magliana a oggi.

La Suburra, l’attuale Rione Monti in pieno centro, nell’antichità pullulava di commerci e di prostitute, era il suk di quella che sarebbe diventata «l’unica città mediorientale senza un quartiere europeo» (geniale immagine di Ennio Flaiano). Una sentina di esperienze, umori, storie si allarga a macchia d’olio ai Palazzi del potere (non escluse le recondite stanze del Vaticano) e fino al lembo estremo di Ostia, che è oggetto di una gigantesca speculazione urbanistica tendente a trasformare il litorale nella Atlantic City tirrenica. Un «luna park» perfetto per lo spaccio di droga, il gioco d’azzardo e il tempo libero invero coatto e frenetico a forza di sniffate. Sono gli scenari del film diretto da Stefano Sollima che colloca l’azione nell’autunno 2011, scandita in capitoli quotidiani via via più vicini all’«Apocalisse», cioè alle dimissioni di Silvio Berlusconi da presidente del Consiglio, il 12 novembre. Scocca la fine vera o presunta di un ventennio segnato dall’ex Cavaliere, mentre incombono dimissioni ben più epocali di là dal Teve re... Sollima è bravo, il suo stile televisivo efficace e incalzante rispetto ai miseri standard della fiction tricolore, ed è reduce dal successo delle serie tratte da Romanzo criminale e da Gomorra di Saviano. Non a caso la nuova piattaforma americana Netflix ha adottato Suburra nel suo paniere e ne co-produrrà l’inevitabile serie tv.

Certo, al pari di Gomorra, in Suburra il male è ovunque, battente come la pioggia monsonica che evoca il «brutto presagio » di Chandler o un estetismo dannunziano (ancora lui...). Diluvia sul Cupolone, sui lussuosi alberghi delle escort, sulle periferie dei bastardi arricchiti, dei rumeni «cravattari» e dei disperati all’assalto della diligenza. L’orgia e la mattanza non lasciano spiragli al Bene né s’intravede un indizio di innocenza, al contrario - va detto - del romanzo di Bonini e De Cataldo in cui «i buoni» in divisa avevano un ruolo per quanto ambivalente. Sullo schermo invece il più moderato è il «Samurai», un feroce assassino che media tra la politica e «le famiglie» del Sud Italia, e invita tutti alla calma temendo che il sangue possa far saltare la grande abbuffata ostiense. Al «Samurai» è affidata la nostalgia amara della Roma che fu, per esempio la Roma dei fascisti contigui al crimine che custodivano pur sempre un malinteso «ideale», laddove tutti intorno a lui inalberano il «Me ne frego» di ordinanza (toh, D’Annunzio, variante di Fiume). Un parlamentare di centro-destra proveniente da quel milieu (porta ancora la catenina con la croce celtica) si impegna affinché la Camera approvi la «legge per Ostia» prima della caduta del governo. Deve farlo, su richiesta del «Samurai», per cercare di tirarsi fuori da un pasticciaccio brutto in cui s’è cacciato dopo una notte a luci rosse finita con la morte di una delle due ragazze, una minorenne. L’«onorevole» è ricattato, ha paura quando gli rapiscono il figlioletto, però non rinuncia alla vertigine dell’on - nipotenza che lo dannerà (l’epilogo di Suburra ricorda vagamente quello del Caimano di Moretti). Intanto succede di tutto: amplessi, omicidi, sparatorie tra bande avverse, malintesi, ricatti, corruzioni, voti comprati e venduti... E piove, piove, piove sui (bravi) attori assorti o adrenalinici, sulle loro fidanzate marce o perdute, sulle ossessioni elettroniche della colonna sonora dei fratelli Gonzales (la band francese M83).

Tuttavia più che al mondo degenere, infine si torna a casa pensando al mondo del «genere», qui una versione capitolina del noir, che non suscita sdegno né muove a compassione. Suburra convalida la cronaca e la spettacolarizza, come fa la tv, a dispetto della stessa vena civile degli autori.

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