Sabato 23 Marzo 2019 | 18:17

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Se il nuovo che avanza si manifesta con i «se potrebbe», oppure con l'asserzione apocalittica di un altro profeta: «I giornali di carta stampata non hanno più ragione d'esistere», siamo messi proprio male. Si attende la prossima fatwa contro i libri: «Ma a che servono? C'è internet». Tornano alla mente le parole profetiche del poeta Eugenio Montale. Se il nuovo che avanza si manifesta con i «se potrebbe», oppure con l'asserzione apocalittica di un altro profeta: «I giornali di carta stampata non hanno più ragione d'esistere », siamo messi proprio male. Si attende la prossima fatwa contro i libri: «Ma a che servono? C'è internet».

Tornano alla mente le parole profetiche di Montale: «Abbiamo perduto gli ormeggi e siamo costretti ad andare alla deriva. La crisi è dappertutto, in tutti i campi». I protagonisti di queste due splendide performance sono due grillini (inutile ricordarne i nomi), il movimento che, sondaggi alla mano, è il secondo partito del Paese. Per questo, ogni loro dichiarazione e sgrammaticatura, politica e non, è giusto che finisca sotto la lente di ingrandimento. Potremmo ritrovarceli alla guida del Paese, e quindi è bene capire prima di che «morte dobbiamo morire» .

Certo, un giorno i posteri rileggendo i verbali del Senato, dinanzi a quell'orripilante «se potrebbe», si chiederebbero: «Ma in quell'aula non erano passati De Gasperi, Moro, Togliatti, Berlinguer, Nenni, Almirante? Quale mutazione antropologica è avvenuta?». E come glielo spieghi? Ma se sullo scivolone grammaticale si potrebbe sorvolare (nei tempi bui dell'evo internettista si è persa l'abitudine di studiare), la volontà di uccidere i giornali di carta nasconde una concezione della democrazia sulla quale ci si è soffermati con una certa superficialità.

I grillini sono in Parlamento in attesa che il sistema crolli? Per poter regnare sulle macerie? Sembrerebbe. Vogliono distinguersi sempre e in ogni caso. Anche quando sono approvati provvedimenti che condividono, votano contro o si astengono. I loro guru, da Grillo a Casaleggio, sostengono che l'unica democrazia è quella della Rete. Che sul web «uno vale uno», che non ci sono capi e capetti. Poi, l'infallibile coppia decide la linea e il popolo del web si adegua. Ma quali mediazioni, alleanze, compromessi, rituali parlamentari? Gettano a mare almeno due secoli di storia e politica, eppure rischiano di apparire il nuovo, rispetto agli «impresentabili» di una certa politica. Poi sono genuini, spontanei, hanno poco o scarsa cultura e se ne vantano pure. Danno voce a quella parte del Paese, ribellistica, plebea, anti-Stato, che come un fiume carsico vive nei meandri più oscuri dall'inizio del Novecento. Il loro mantra è la Rete, questa sorta di «cervello universale», che renderebbe liberi, perché ogni cittadino può esprimere opinioni su tutto. Anche sui premi Nobel per la fisica e per l'economia.

Dialogo tra lo scettico e l'internauta: «Ma come, se non sei andato oltre la terza media, che ne sai dei muoni?». «È vero, ma ho il diritto di dire la mia».
Qualche tempo fa Umberto Eco fu tranciante: «Internet ha dato diritto di parola agli imbecilli». Eccola la democrazia internettista: la pretesa di poter parlare e pontificare di tutto. Senza la consapevolezza del senso del limite (ignoranza pura, non quella «dotta»). È «l'invasione verticale dei barbari» (La ribellione delle masse) descritta da Ortega y Gasset un secolo fa. È l'ingenuità che la politica al tempo della globalizzazione e dell'interdipendenza, possa essere governata con un clic sul computer.

Un'analisi, non oscurantista, ma nemmeno apologetica, su questo tema la fornisce il bielorusso Eugenij Morozov, sociologo ed esperto dei nuovi media (L'ingenuità della Rete). Qual è la sua tesi? Che le tecnologie senza un'analisi del contesto non aumentano il tasso di democrazia. E anzi, può avvenire il fenomeno opposto. Dalle «primavere arabe» al terrorismo dell'Isis, la propaganda viaggia sul web. Quindi, non è lo strumento in sé che salva o opprime, ma l'uso appropriato che discende, inevitabilmente, dalla conoscenza (che non coincide con l'informazione) e dall'apparato logico-verbale (la cultura) a disposizione. Il resto è il nulla.

Il saggio di Paola Mastrocola (La passione ribelle, Laterza) dovrebbe essere adottato in tutte le scuole di ogni ordine e grado perché offre uno squarcio sul valore dello studio. Che i miti dell'evo internettista stanno lentamente oscurando. Internet è utile per coloro che hanno già una preparazione culturale, che hanno parametri di riferimento, che sanno distinguere una notizia vera da una bufala, un sito accreditato da un grumo di stupidaggini. Se non si leggono giornali e libri, se non si studia, si possono avere a disposizioni telefonini, tablet e simili ma, come nelle utopie negative, si diventa schiavi delle tecnologie. Che sostituiscono la vita. In un cellulare c'è tutta la nostra esistenza: numeri di telefono, fotografie, programmi, progetti. Ormai si demanda tutto alla Tecnica. E si annulla il proprio Io, si perde la Memoria. Chi ricorda il numero di telefono della moglie o del marito? E dell'amante? Se in un momento d'ira lo avete cancellato, non lo riavrete più. Chi ricorda a memoria l'Infinito di Leopradi? Perché studiare, memorizzare, «indugiare» su fatti e parole se poi è tutto fruibile su Wikipedia?
Si inizia così e poi si arriva a «se potrebbe».

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