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Il bollettino giornaliero della riforma costituzionale segnala, sempre più stancamente, gli articoli approvati, le alchimie parlamentari, lo scontro titanico tra “gamberi” e “canguri”, i gestacci da osteria portuale, e poco più. E l'opinione pubblica, assiste, stupefatta, al teatrino della politica, in cui ognuno recita la sua parte, senza accorgersi del rischio felliniano dell'epilogo di “Prova d'orchestra”. Eppure si discute di Costituzione, del fondamento del patto tra Stato e cittadini. Ma il tutto, invece, viene derubricato simil discussione condominiale, di tutti contro tutti.

E allora, dov'è il problema? Che cosa non va? Forse la cicatrice è più profonda di quanto si creda. Il grande economista Keynes nel '33, quindi dopo la crisi traumatica del '29, nel saggio Gli strumenti per la prosperità scrisse che se la povertà dipendesse solo da una carestia o terremoto basterebbe lavorare di più, invece “i nostri problemi vengono da un cattivo funzionamento delle nostre menti, per risolverli non serve null'altro che un piccolo sforzo di pensiero”.

In sintesi, il Belpaese necessita di una “rivoluzione culturale”, di una riscrittura dei fondamenti dello stare insieme, e persino della mission individuale e collettiva. Invece, appare tutto pietrificato. Una perenne persistenza degli aggregati (grandi e piccoli) impermeabili alla pur timida ipotesi di cambiamento. E anche dalla società civile, tanto sacralizzata, non sembrano pervenire quella scintilla in grado di “ardere” il sistema. Tutti, o quasi, rinchiusi nella propria corporazione. I ceti medi riflessivi? Dispersi. Gli intellettuali? Impegnati nelle guerre puniche per vincere qualche concorso letterario o in qualche comparsata televisiva.

Una occasione di riproporre la centralità della cultura per la rinascita del paese è andata persa nella lunga ed estenuante stagione della “buona scuola”. Si è discusso di qualità degli studi? Poco. E tutto lo scontro è finito con l'incentrarsi su questioni importantissime (e ben precisarlo per non innescare una guerra di religione) di burocrazia sindacale. Invece uno spiraglio si aprirà quando i potenti di turno (da Renzi a Mattarella) nei loro discorsi porranno la cultura e l'innovazione al centro di un nuovo rinascimento morale e intellettuale del Paese. Cosa non va? Lo scrive l'antropologo francese Marc Augè che la scuola, attualmente soprattutto per gli adolescenti, non fornisce il viatico per l'avventura della vita. Cioè le difese contro l'errore, l'illusione, l'accecamento. In pratica, la scuola, non può limitarsi solo a trasmettere “saperi”, ma deve anche avere la preoccupazione dell'insegnamento del “saper vivere”, dell'arte di vivere.

E i partiti? Sono, paradossalmente, i meno colpevoli. Sono divenuti “ridondanti”, anacronistici, travolti dai mutamenti della modernità. Strutture leaderistiche, funzionali alla “democrazia del pubblico” che ha preso il posto della “democrazia di massa” (Bernard Manin). E il popolo? Si è dissolto. Nel mondo della globalizzazione, degli accordi internazionali, la “democrazia del vincolo di bilancio” tende a rendere residuale lo strumento del voto. A che serve il giudizio del popolo (Tsipras docet), se poi si infrange con la gabbia di ferro delle compatibilità? Non a caso lo studioso belga David Van Reibrouck parla di “stanchezza democratica”: “Da decenni ormai il percorso si è di fatto invertito e, soprattutto in Occidente, i cittadini sono stanchi di una partecipazione fondata quasi solo sul voto”.

Le elezioni, uno strumento sopravvalutato? Solo pensarlo dà i brividi. E propone il sorteggio. Ci aveva già pensato Platone. Senza arrivare a tanto, il Paese ha bisogno di una scossa. Essenzialmente culturale. Che è alla base di ogni autoriforma. Senza la quale, continuerà ad imperare, come dice De Rita, l'uomo-sabbia. Che non è però più in grado di costruire mattoni. E, come dice il sociologo Edgar Morin, “tutto ciò che non si rigenera, degenera”.

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