Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:10

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Lo scudo Putin per un’Europa che preferisce venere a marte

di Giuseppe De Tomaso
Lo scudo Putin per un’Europa che preferisce venere a marte
di Giuseppe De Tomaso

Gli italiani non sono un popolo di guerrafondai. Lo erano stati molti secoli fa, quando l’imperialismo romano aveva colonizzato l’Europa intera, l’Africa mediterranea e parte dell’Asia. Poi gli agi e i lussi uniti alla stanchezza per le imprese belliche avevano debilitato la popolazione, sempre più orientata verso un edonismo e un pacifismo senza se e senza ma. Il Mascellone di Predappio provò, parecchi secoli dopo, a far risorgere negli italiani lo spirito militare degli antichi quiriti, ma il suo sforzo prima sfociò nella farsa delle trovate staraciane e successivamente precipitò nella tragedia della guerra. Del resto, gli italiani corrono così controvoglia a imbracciare i fucili che, non appena possono, cambiano alleato, pur di accelerare la fine delle ostilità.

Anche il caso Isis non fa eccezione. Matteo Renzi sa meglio di tutti che nulla riduce il tasso di popolarità di un politico, nella Penisola, più di una dichiarazione bellica o di una bomba lanciata da un Tornado. A dire il vero quasi tutta l’Europa si è, per così dire, italianizzata. Di andare alla guerra, il Vecchio Continente non ne vuole più sapere. A cominciare dalla Germania cui non sembra vero di poter espiare le sue colpe del secolo scorso sottraendosi oggi a ogni contributo militare, anche quando la minaccia terroristica richiede una risposta corale.

Gli inglesi e i francesi conservano un discreto apparato di difesa e di offesa, ma nulla di paragonabile rispetto alla potenza di fuoco del passato. La stessa America, quella di Obama, preferisce il culto di Venere all’icona di Marte: troppi lutti nelle famiglie dei soldati inviati in mezzo mondo, troppo aleatoria qualsiasi offensiva armata: l’imperativo categorico, imposto dalla civiltà televisiva, è quello di risparmiare anche le vittime del nemico, oltre alle vittime del proprio campo. E poi: le elezioni, pure in America, si vincono promuovendo la pace, non inneggiando alla guerra. Lo stesso ricordo dell’attentato alle Torri Gemelle è svanito nel tempo. Zio Sam oggi non vuole missioni armate. E il presidente in carica lo accontenta.

Che l’Occidente abbia dimenticato da tempo il motto, non solo italico, «credere, obbedire e combattere», lo aveva notato la Lady di Ferro, Margaret Thatcher (1925-2013) - leader, si sa, tutt’altro che restia a scatenare le armi -, quando, dal governo inglese, notava la differenza tra i russi e gli euro-americani: «I russi si ostinano a voler dominare il pianeta. Mettono le pistole prima del burro, mentre noi abbiamo messo quasi tutto prima delle pistole».

Vladimir Putin, detto lo Zar, è l’espressione più compiuta del nazionalismo e dell’egemonismo russo. Occhi di ghiaccio, volto indecifrabile, sorriso ambiguo, Putin è il classico leader che, nell’ordine delle sue priorità, mette la pistola davanti al burro. E anche se le cifre dell’economia russa non sono da record, anzi, lo Zar riscuote il plauso dell’80 per cento dei suoi governati. Segno che offre ai russi quello che vogliono: protezione e senso di sicurezza. E siccome il Nostro è più ambizioso di Stalin (1878-1953), il medesimo scudo protettivo intende concederlo a beneficio di chi glielo chiede, dal dittatore siriano Assad ai presidenti democratici di stanza in Europa.

Cosicché oggi, per la prima volta da decenni, non è l’America a guidare l’offensiva armata contro il fondamentalismo islamico; non è l’America a proteggere l’Europa dalla sfida del terrorismo, ma quella Russia che solo pochi lustri addietro era stata definita come l’impero del male. Un testacoda di situazioni che rasenta l’inverosimile, dal momento che la storia dell’ultimo mezzo secolo è stata caratterizzata dalla dura contrapposizione tra Washington e Mosca.

Ma le bizzarrie del destino non finiscono qui. La Russia di Putin non è propriamente quello che si definisce un Paese liberale. Tutt’al più è una democratura, per usare la definizione brevettata da Lenin (1870-1924) a proposito delle democrazie borghesi. Ma è una democratura, la Russia, che, in questa circostanza (contro l’Isis), sta svolgendo il cosiddetto lavoro sporco a favore delle democrazie europee e americane attratte dalla femminilità di Venere anziché dal machismo di Marte. Ovviamente, Putin, da figlio autentico della Grande Madre Russia, presenterà il conto, all’Occidente, della sua crociata contro il califfato, e non sarà un conto modesto. Proprio perché, nella logica politica dello Zar, le pistole valgono e vanno pagate più del burro.

Incredibile. Nel giro di pochi decenni il rapporto tra Europa e Russia ha prodotto più colpi di scena di un film di James Bond. Tra gli anni Settanta e Ottanta sembrava che l’Armata Rossa stesse per piegare l’Europa senza neppure combattere. Poi nel 1989 il crollo del Muro di Berlino e dell’impero sovietico. Pareva che Mosca fosse spacciata e fuori gioco per sempre rispetto a Usa e Europa. Adesso, invece, è la Russia a colpire i nemici più insidiosi dell’Europa (che non intende perdere altro sangue).

Winston Churchill (1874-1965), sulla scia delle lettere-reportage del politologo francese Alphonse de Custine (1790-1857), profondo studioso del Paese più esteso del mondo, sosteneva che «la Russia è un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma». Putin e la Russia restano un enigma, ma stavolta il loro obiettivo è chiaro.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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