Domenica 24 Marzo 2019 | 11:47

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Mentre il Senato della Repubblica è impegnato nella defatigante opera di riforma (e di autoriforma) istituzionale, arriva una notizia potenzialmente destinata ad avere un peso rilevante sui futuri scenari politici nazionali: ben dieci Consigli regionali, in gran parte meridionali, hanno deliberato a favore della richiesta di un referendum abrogativo delle disposizioni contenute nei decreti “Sviluppo” e “Sblocca Italia” che consentono le trivellazioni entro dodici miglia dalla costa e sul territorio alla ricerca dell’agognato oro nero.

Ieri le succitate Regioni, tra le quali Puglia e Basilicata (quest’ultima come capofila), hanno depositato in Cassazione le relative deliberazioni, dando l’avvio all’iter che potrebbe condurre alla consultazione popolare su sei quesiti referendari. Certo, si tratta di uno strumento di democrazia diretta, espressamente previsto dalla Carta costituzionale all’art. 75 che, per l’appunto, subordina il referendum abrogativo di una legge o di un atto avente valore di legge alla richiesta di cinquecentomila elettori o di cinque Consigli regionali, ma il dato nuovo e più significativo sta nell’ampio schieramento di Regioni che si è rapidamente creato, per giunta in buona parte guidate da Governatori dello stesso colore politico del Governo nazionale.

Si è creata, così, un’indubbia frattura tra centro e periferia su temi di forte impatto sociale che coinvolgono materie come la salute, la produzione dell’energia e l’ambiente, riservate dall’art. 117 Cost. alla legislazione concorrente di Stato e Regioni, sui quali è mancato un preventivo e costruttivo dialogo tra l’Esecutivo e quei territori su cui l’attività di trivellazione è destinata inevitabilmente ad incidere. Anche il Presidente del Consiglio, purtroppo, si è sottratto al confronto sul punto qualche settimana fa, per le note vicende tennistiche che hanno fagocitato la preannunciata presenza al tradizionale appuntamento settembrino della Fiera del Levante.

Nonostante le rassicurazioni dei vertici regionali, secondo cui – sono parole del presidente del Consiglio regionale della Puglia, Mario Loizzo – non si tratta di «una sfida al Governo centrale, ma [di] una mano tesa a collaborare per difendere la bellezza, l’ambiente, l’attrattività turistica delle coste dell’Adriatico e dello Ionio, l’economia marinara, la pesca», tuttavia, è indubbio che ci si trovi di fronte ad uno scontro senza precedenti, anche perché involge valori percepibili da chiunque e non astratte geometrie politico-istituzionali comprensibili da pochi.

Sorge quindi, spontaneo, un interrogativo: chi detiene davvero le leve del comando in Italia?

È probabile che il Governo, sempre più mosso da folate decisioniste, abbia sottovalutato le reazioni delle Regioni, che esprimono un disagio diffuso in ordine a politiche ambientali non condivise ma imposte dall’alto e raccolgono (e cavalcano), peraltro, l’onda di protesta degli agguerriti movimenti no-triv. L’effetto, tuttavia, può essere di spaesamento per tutti coloro che non sono addentro ai meccanismi legislativi e costituzionali.

Le Regioni a passo di carica, dunque, e proprio mentre in Parlamento si discute di riforma del Senato che dovrebbe diventare un Senato delle autonomie, con «funzione di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica» (Regioni e Comuni). Un Senato sicuramente ridimensionato e senza poteri, secondo taluni, e – se così sarà – il paradosso di questi giorni diviene solo apparente: perché emerge, dalla concezione renziana, la visione di un Parlamento “addomesticato” o comunque meno in grado di condizionare l’operato del Governo, con la Camera alta ridotta a “vetrina” degli interessi territoriali.

Con l’iniziativa referendaria le Regioni hanno voluto far sentire il loro peso e, a fronte della “carica dei dieci” (Consigli regionali), all’Esecutivo non resterebbe che suonare la ritirata, aprendo una trattativa e piegandosi a più miti consigli. Ma, conoscendo il temperamento di Matteo Renzi, è assai improbabile che ciò accada. Alcune norme, d’altronde, risalgono al Governo Monti. Ci si affiderà, pertanto, alla roulette del referendum, al raggiungimento o meno dei suoi quorum, all’interesse che i proponenti riusciranno a far maturare nell’opinione pubblica, alle sensibilità che i cittadini sapranno dimostrare.

Il mito del Governo “forte” si sgretola sul campo, con buona pace delle interminabili diatribe sulle riforme istituzionali “indifferibili” ma così lontane dalla gente, tanto da aver messo in crisi persino gli indici d’ascolto dei talk show più gettonati. E l’unico a potersi ritenere veramente soddisfatto è il sempre più silente Beppe Grillo, fautore della democrazia “dal basso”. Per Matteo Renzi, viceversa, non rimane che rispolverare il pensiero di Mao Tse Tung (1893-1976) e dichiarare ottimisticamente con un tweet: «Grande è la confusione sotto il cielo [e in mare…]: la situazione è eccellente».

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