Giovedì 21 Marzo 2019 | 06:33

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di Giuseppe De Tomaso
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Solo un mestiere al mondo è più inutile dell’allenatore di calcio: quello del vicepresidente degli Stati Uniti d’America. Il numero due della Confederazione d’Oltreoceano è un autentico soprammobile fino a quando resta in carica. Diventa l’uomo più potente del pianeta solo se il suo diretto superiore passa a miglior vita. In caso contrario dovrà pazientare, sperando, a mandati conclusi, di guadagnarsi la nomination per la successione (al titolare uscente della Casa Bianca) come un normale candidato.

Perché abbiamo accomunato l’attività del vicepresidente Usa alla panchina dei tecnici del pallone? Perché, oltre a essere i due mestieri meno incisivi del globo, sono pure i due mestieri più sopravvalutati di tutti i tempi. Specie il lavoro (si fa per dire) del trainer, la cui primaria occupazione (o preoccupazione) consiste nel creare scompiglio nella testa dei telespettatori e (purtroppo) dei suoi calciatori a colpi di 3-4-3, di 4-2-4, di 3-4-2-1 e via formulando/delirando. Più la parlantina dell’allenatore è irresistibile quando dà i numeri, più il soggetto viene ritenuto affidabile e attendibile come l’oracolo di Delfi.

Il bello, cioè il comico della situazione, è che la medesima persona viene considerata più geniale di Leonardo da Vinci (1452-1519) quando, appunto, vince, e più modesta di una capra quando le prende. Possibile che a distanza di tre giorni il suo quoziente intellettivo rotoli a valle senza una rete protettiva? Possibile.

Succede perché l’opinione pubblica non saprebbe vivere senza certezze. Il dubbio provoca fatica e dolore, oltre a titillare l’assai scomodo senso di responsabilità. Meglio vivere senza dubbi, salvo restare a bocca spalancata quando uno tsunami travolge i luoghi comuni. Prendiamo l’ultimo luogo comune asfaltato dalla cronaca quotidiana: la disciplina tedesca. Persino Lenin (1870-1924), che non perdeva occasione per mettere alla berlina gli eccessi teutonici da caserma, di fatto contribuiva ad alimentarne la leggenda: «Se gli operai tedeschi volessero occupare una stazione, prima, bravi bravi, comprerebbero il biglietto». Oggi Lenin aggiornerebbe la stroncatura, perché i tedeschi si presenterebbero sì col biglietto, ma di sicuro il ticket risulterebbe falso.

Ma torniamo alla vulgata dell’allenatore semidio, o semi-niente. Oggi nel tritacarne è finito il buon Max Allegri, timoniere dei bianconeri. Un mostro di bravura fino a poche settimane addietro, una pippa da circolo degli amici da quando la Juve è precipitata nella zona meno tranquilla della serie A. Da tecnico descritto più capace - specie in Europa - di Antonio Conte a tecnico più discusso del collega barese Davide Nicola. Senza vie di mezzo.

A nessuno balza in testa l’intuizione di Carmelo Bene (1937-2002) che, non facendo l’allenatore di professione, elargiva, da dilettante, più saperi di un prestigiatore degli schemi. «Se hai in squadra un Platini o un Falcao - osservava l’attore-regista teatrale salentino - non hai bisogno di un tecnico, perché quest’ultimo potrebbe fare solo danni». Ora, non tutte le squadre dispongono di un Platini o di un Falcao, ma quasi tutte schierano un giocatore più carismatico degli altri che, sudando come un camallo e godendo del rispetto dei suoi sodali di gioco, di per sé saprebbe «leggere» la partita meglio del capitano non giocatore seduto in panchina, unica persona a guadagnare una montagna di quattrini gigioneggiando con il calcese e le freccette alla lavagna.

Ma non allontaniamoci dal caso Juve. Chi scrive è un profano della materia: vede il pallone solo in tv e non sa nulla di formule, alchimie, elucubrazioni, visioni e combinazioni varie. Chi scrive, però, è arciconvinto che la regressione della Juve da squadra battibile solo dal Barcellona di Messi a squadra violabile anche dal Frosinone di Carneade, abbia un nome e cognome: Carlitos Tevez. E non perché la dipartita dell’Apache fosse più grave dell’abbandono di un Platini, ma perché nessuno come Tevez lottava sul prato verde con una rabbia, un accanimento, una cattiveria agonistica da trascinare, da coinvolgere, pure chi teleguardava la gara seduto sul divano.

Vedevi Tevez, i suoi occhi infuocati, la sua grinta animalesca, e ti giudicavi, al confronto, un perdigiorno, uno scansafatiche, un rinunciatario cronico. Vedevi Tevez e ti domandavi: se anch’io non resto impassibile di fronte alla sua straordinaria capacità di dettare e inventare situazioni, figuriamoci gli altri suoi dieci compagni in campo. Infatti. Solo a guardarlo (Carlitos) costoro ricevono, rectius ricevevano, più vigoria fisica che da dieci sedute dopanti. La vera droga (in senso buono) era l’argentino.

Osservate ora i volti degli juventini dopo il congedo di Tevez, esaminate i loro scatti, misuratene la velocità. Gli attuali bianconeri paiono, al confronto, esausti ragazzoni da moviola. Certo, anche la faccia indemoniata di Antonio Conte contribuiva a svegliare il più assonnato terzino reduce dalla discoteca, ma Tevez faceva di più, perché stava in campo, si spremeva su ogni palla e comandava con lo sguardo sul resto della compagnia. Dunque. Era l’Apache il vero, anche se involontario, allenatore della Juve perché in lui si personificava il principio più produttivo e più rispettato di ogni organizzazione sociale e aziendale: l’esempio, che è la più alta forma di autorità. E di esempi Tevez ne sfornava a ripetizione.

Morale. La frenata della Juve non dipende dalla presunta inadeguatezza di Allegri (che c’era pure ieri e non può essere rimbambito di colpo), ma dall’assenza di Tevez (insostituibile più per la sua faccia insaziabile, mai soddisfatta, che per i prodigi dei suoi piedi). Purtroppo, nel Belpaese, abbondano le cariche e i mestieri più inutili del pianeta (paragonabili al vicepresidente Usa e ai coach a tavolino) e latitano i produttori di esempi, i campioni di grinta alla Tevez. I risultati si vedono.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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