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Il Sud non riparte se non ci sono gli investimenti pubblici e privati. L’Ilva non si risolleva se accanto allo Stato non tornano i privati. E’ la doppia chiave interpretativa del consiglio generale di Confindistria che ieri ha scelto Taranto per tenere i suoi lavori. Era luglio quando Confindustria decise l’appuntamento di Taranto. Si era nel pieno di un nuovo scontro tra Ilva e Magistratura, con la Procura che aveva messo sotto sequestro, proibendone l’uso, l’altoforno 2 a seguito di un incidente mortale verificatosi qualche settimana prima. La vicenda dell’altoforno 2 è poi rientrata perchè sono intervenuti un decreto, convertito in legge, e la Procura ha dissequestrato l’impianto sia pure ponendo condizioni stringenti (leggi lavori che l’azienda deve fare).

Non è pero rientrata la crisi dell’Ilva, così come non si è ridimensionata la crisi del Mezzogiorno. Oggi Ilva e Sud corrono un rischio. La prima di restare nel guado e il secondo di essere contagiato poco dai segnali di ripresa che si intravvedono. E allora Confindustria prova a indicare al Governo - e lo fa da Taranto - quali, a suo avviso, sono le iniziative da intraprendere per neutralizzare i due pericoli. In primo luogo, dicono gli industriali, bisogna rimettere in moto gli investimenti. Dello Stato nelle infrastrutture e nel sostegno alle imprese: credito di imposta per ricerca e nuovi beni strumentali, accesso al credito, decontribuzione per i nuovi assunti a tempo indeterminati. Se questa macchina si avvia, affermano, si possono avere posti di lavoro e investimenti dai privati.

Utopia? No, dice Confindustria. Perchè tra vecchi e nuovi fondi europei ci sono 100 miliardi da spendere. Vi pare poco? Piuttosto, pensiamo a spendere entro fine anno ciò che residua della programmazione 2007-2013 e mettiamo subito in cantiere la nuova, 2014-2020, che siamo già in ritardo. E soprattutto finalizziamo la spesa su obiettivi importanti, diamogli efficacia senza disperderla in mille rivoli, e facciamoci sentire con Bruxelles utilizzando tutta la flessibilità possibile per rilanciare gli investimenti pubblici. Ecco il messaggio che parte da Taranto. Mittente Confindustria, destinatario Palazzo Chigi, dal quale si attende il piano per il Sud. Certo, Confindustria fa anche proposte specifiche per il cosiddetto Master Plan del Mezzogiorno ma il preambolo «politico» è questo.

E se il Sud ha bisogno di Stato e privato insieme, anche l’Ilva ha bisogno di entrambi. Per gli industriali, l’Ilva affidata ai commissari di Stato (prima Bondi e Ronchi, ora Gnudi, Carrubba e Laghi) non sta funzionando. La ripresa dell’azienda non c’è, la nuova società, pure prevista dalla legge dello scorso marzo, ancora non si vede, e nel frattempo il siderurgico più grande d’Europa perde soldi e commesse. L’ultima doccia fredda si chiama fornitura di tubi per il gasdotto Tap, quello che arriverà nel Salento dall’Azerbajian, anche se ieri il ministro Guidi ha lasciato intendere che la partita non è del tutto chiusa in senso sfavorevole per l’Ilva. Sarà, anzi lo auspichiamo. Ma ieri a Taranto Confindustria ha fatto un discorso diverso al Governo: caro Stato - è la sintesi - ma tu pensi davvero di gestire un impianto della taglia dimensionale del siderurgico senza l’aiuto di chi ogni giorno fabbrica l’acciaio? Noi ci siamo; abbiamo competenze, esperienze, e te le mettiamo a disposizione perchè, al contrario degli stranieri che non vedono l’ora di «seppellire» l’Ilva perchè è un concorrente di meno, a noi l’acciaio di Taranto serve per l’industria italiana.

Si dirà: gli industriali provano a rientrare in un discorso dal quale sono stati esclusi con la scelta del Governo di confermare il commissariamento dell’azienda. Probabilmente è così. Ma c’è anche l’ammissione esplicita che oggi solo lo Stato può sciogliere un nodo così intricato come l’Ilva insieme al tentativo di avviare prove di dialogo in vista della futura società, visto che pure Renzi dice che l’Ilva deve tornare al mercato. La marcia di avvicinamento avrà successo? Si vedrà. Certo, più che mettersi a disposizione gli industriali non offrono, lasciando allo Stato l’onere di mettere mano al portafogli. Ieri non è stato detto ma l’impressione degli industriali è che, prima o poi, lo Stato debba fare qualche altro sacrificio per l’Ilva, soprattutto se il miliardo e 200 milioni sequestrato ai Riva non arriverà dalla Svizzera o arriverà troppo tardi rispetto alle urgenze dell’impresa. Protesteranno i concorrenti, si solleverà Bruxelles? Attenti, rileva Confindustria, anche la Germania ha ora i suoi guai con la Volkswagen e probabilmente la Merkel non resterà a guardare. Come dire: sotto il cielo d’Europa non siamo soli. Si può forzare la mano all’Europa.

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