Giovedì 21 Marzo 2019 | 07:09

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Una «buona scuola» senza storia e filosofia?

di Michele Palumbo
Una «buona scuola» senza storia e filosofia?

di MICHELE PALUMBO
Nei giorni scorsi, ad Andria, nell’Officina San Domenico, si è svolta la prima edizione di «Filosofi in città». L’iniziativa, ideata e organizzata dalla professoressa Giusi Strummiello (Università di Bari), con il sostegno di enti locali ed istituti bancari, ha visto gli intervenuti rispondere alle domande «chi sono e cosa fanno i filosofi?» e «sono ‘utili’ i filosofi?» e anche discutere sull’uso pubblico della filosofia. Hanno partecipato numerosi accademici con cattedre in atenei del Nord e del Sud.

Nei giorni scorsi, ad Andria, nell’Officina San Domenico, si è svolta la prima edizione di “Filosofi in città”. L’iniziativa, ideata ed organizzata dalla professoressa Giusi Strummiello (Università di Bari), con il sostegno di enti locali ed istituti bancari, ha visto gli intervenuti rispondere alle domande “chi sono e cosa fanno i filosofi?” e “sono ‘utili’ i filosofi?” e anche discutere sull’uso pubblico della filosofia. Hanno partecipato Massimo Adinolfi (Università di Cassino), Petar Bojanic (Università di Belgrado), Costantino Esposito (Università di Bari), Enrico Guglielminetti (Università di Torino), Eugenio Mazzarella (Università di Napoli) e Paolo Ponzio (Università di Bari). A porre le domande e individuare le questioni, l’editore Alessandro Laterza (vicepresidente nazionale della Confindustria con delega per il Mezzogiorno) e la stessa professoressa Strummiello.

Discorso molto interessante, va detto, quello di portare i filosofi in città, meglio ancora in piazza (l’Officina San Domenico è di fatto una delle piazze dei giovani andriesi e che provengono dalle città vicine), anche perché al di là delle risposte (o non risposte) date alle domande, è emerso un elemento fondamentale: è non solo giusto, ma pure indispensabile continuare ad insegnare filosofia a scuola. Per un semplice motivo: salvaguardare la cultura (umanistica) visto che ormai prevale un’ideologia tecnocratica, per la quale ogni conoscenza dev’essere finalizzata ad una prestazione, tutto dev’essere orientato all’utile e lo stesso sapere si riduce ad una procedura. Non solo: la filosofia e la storia del pensiero scientifico, cioè il sapere che ha contraddistinto la nostra storia e a cui dobbiamo i tratti distintivi della nostra civiltà, sono elementi che permettono un’educazione al giudizio e, in conclusione, non si può rinunciare a uomini educati alla filosofia.

L’analisi emersa a proposito del rapporto scuola/filosofia ha dunque confermato quello che da tempo, e periodicamente, viene rilanciato. Come dimenticare, infatti, che oltre un anno fa, venne lanciato “Un appello per la filosofia” (tra i promotori Roberto Esposito, Adriano Fabris, Giovanni Reale, autentiche autorità nell’ambito degli studi filosofici e della filosofia italiana)? E che ancora prima, nel 1992, oltre vent’anni fa, un ”Appello per la Filosofia” venne lanciato dall’Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli, un appello che non riguardava solo l’Italia, ma il mondo intero (“Nelle scuole di molti paesi, l’insegnamento della filosofia e della storia del pensiero scientifico è da sempre ignorato o si riduce sempre più. Ne consegue che vi sono sempre meno persone che comprendono effettivamente la connessione dei fattori che costituiscono la realtà storica”)?

A proposito di scuola e appelli, poi, va registrato quello che ha scritto Cesare Grazioli su “Novecento.org – didattica della Storia in rete” (rivista dell’Istituto nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia; ne è direttore Antonio Brusa). Grazioli ha ricordato che nel 1996 un decreto in Italia stabiliva che il quinto anno della scuola superiore doveva essere dedicato, in riferimento alla storia, al Novecento”. Ma, secondo l’autore dell’appello rivolto ai colleghi di storia, è giunto il momento di dedicare il quinto anno della scuola superiore interamente allo studio degli ultimi cento anni. E questo (anche) per evitare che il programma di storia effettivamente svolto durante l’ultimo anno di scuola superiore (in molti, moltissimi casi) si fermi a poco dopo la II guerra mondiale. Grazioli pone alcune domande: “Non riesco a rassegnarmi all’idea che venga considerato normale e accettabile ciò che non lo è: nel 2015, arrivare solo alla storia del 1945, cioè di 70 anni fa, lasciando un baratro tra quel confine temporale e i nostri giorni. Come è possibile permetterselo, da insegnanti? Come è possibile tollerarlo, da parte di studenti, genitori, opinione pubblica?”. La conclusione dell’appello di Cesare Grazioli: “L’insegnamento della storia va ripensato nel suo insieme, in modo da permettere che, alla fine, si possano studiare distesamente gli ultimi cento anni”.

Appelli a far studiare ancora di più la filosofia nelle scuole, appelli per far studiare realmente gli ultimi cento anni di storia: questo viene dai professori, dalle riviste, dalla città. E cosa leggiamo, invece, nella legge 107/2015, la cosiddetta legge sulla Buona Scuola? A proposito degli obiettivi formativi prioritari (in relazione dell’Organico dell’autonomia, comma 7), c’è uno sterminato elenco: in più di quindici punti si parla di tutto, ma non vengono mai citate (tra gli obiettivi primari da cogliere e le competenze da potenziare) né la filosofia e nemmeno la storia. Povera, misera, ignorante Italia.

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