Martedì 26 Marzo 2019 | 23:51

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Morire per tre meloni. Uccidere per tre meloni. Due esistenze al capolinea. Un progetto di vita - sia pur da sfruttati nei campi e da agricoltori con i nervi a fior di pelle perché sopraffatti da una criminalità rurale che non dà respiro - che si converte in tragedia. L’impeto che cede alla freddezza. Il momento d’ira che si trasforma in una rabbia «controllata» ed ingiustificata. L’idea di farsi giustizia che trasfigura l’esistenza di tre giovani africani del Burkina Faso e di un padre e un figlio ora in carcere per omicidio volontario.

È una brutta storia quella tratteggiata nelle campagne di Lucera, l’altra faccia della medaglia di una estate da dimenticare per quanto accaduto nei campi della Puglia con i morti - per la fatica del lavoro - da Andria a Nardò.

Tre meloni per sfamarsi ma anche per scatenare odio e disprezzo per la persona se è vero che, episodio a parte, prendere l’auto per un inseguimento e caricare il fucile non è, e non può essere solo il gesto meccanico derivato dall’impeto di una difesa. Perché a differenza degli animali, che agiscono d’istinto e, anche quando sono aggressivi, spesso per paura, l’uomo ha dalla sua il tempo della ragione che è una forza più travolgente di qualsiasi veemenza della reazione. Ma la potenza della ragione è stata messa da parte ed è un dato da prendere al netto e non al lordo di quanto avvenuto a Lucera.

È evidente che toccherà alla magistratura inquadrare meglio la dinamica dell’omicidio, ma c’è una verità dei fatti - del tutto verosimile - destinata già oggi ad essere più credibile della verità processuale che verrà.

Tutto questo senza perdere di vista un contesto che registra continui episodi di soprusi e illegalità. E che spesso vengono sottovalutati nonostante le denunce. Nella provincia con la superficie agricola utilizzata più vasta d’Italia, oltre 500 mila ettari, diventa tuttavia difficile avere un controllo totale del territorio. Ma occorre provarci anche perché quello consumato a Lucera è il secondo omicidio collegato a un furto nelle campagne dopo quello avvenuto la notte del 26 agosto vicino Troia dove il titolare di un’azienda avicola (indagato a piede libero) fece fuoco dal balcone, uccidendo con una fucilata alla schiena un presunto ladro cerignolano.

Due morti in meno di un mese potrebbero rappresentare la «spia» di un fenomeno da tenere sotto controllo. Chi decide di vivere nelle aziende agricole e in campagna non si limita più ad avere telecamere di sicurezza e cani da guardia. Ha pure le armi. Ed è un pericolo doppio perché chi delinque potrebbe decidere di non farlo più con gli «attrezzi classici» del mestiere ma avere anche un corredo «pesante». Ecco perché servono maggiori e più efficaci controlli preventivi e repressivi, altrimenti il rischio di passare dall’essere la California d’Italia al «Far West» diventerà una formalità.

Sul fondale di questa tragedia, perché quella di Lucera non può essere declinato ad incidente, c’è la figura dell’illeso, il terzo giovane del Burkina Faso, rimasto per ore accanto al cadavere del suo amico folgorato dalla fucilata. Mai forse avrebbe pensato a un epilogo del genere: fuggiti dalla povertà, taglieggiati dai mercanti di carne umana per attraversare il Mediterraneo, sfruttati dai caporali, hanno trovato morte, orrore, disprezzo nell’assolata campagna del Tavoliere a due passi da Lucera. Ma non solo. Se c’è un aspetto che può relativamente confortare è la rapidità delle indagini e l’individuazione dei presunti responsabili. Che portano il peso del loro gesto. Impossibile da trasferire a una comunità che vuole continuare a sentirsi civile.

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