Martedì 26 Marzo 2019 | 03:38

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Quel Papa «comunista» e l’ex alunno dei gesuiti
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Con il libro delle prediche di padre Armando Llorente, portato in dono a Fidel Castro nella sua visita a Cuba, il primo Papa gesuita ha compiuto pubblicamente nei confronti dell’ex alunno dei gesuiti - divenuto poi “lìder maximo” - un gesto di omaggio e contemporaneamente un atto politico. L’omaggio dell’ospite al padrone di casa che l’accoglie con amicizia. E l’atto politico del capo della Chiesa cattolica che tende la mano all’ultimo capo storico del comunismo. Due storie, due culture, due mondi che sono stati per lungo tempo opposti, nemici, antagonisti.

Sappiamo tutti che Bergoglio è considerato abitualmente dai suoi detrattori, interni ed esterni al Vaticano, un “Papa comunista”. E questo perché, come disse lui stesso al suo insediamento, viene dalla “fine del mondo”. Parla dei poveri e degli ultimi. Si schiera contro quel consumismo esasperato, prodotto dal capitalismo selvaggio, che tende a distruggere l’ambiente e a imporre la legge feroce del mercato.

Ma in realtà Francesco, fedele al nome semplice e umile che scelse all’inizio del suo pontificato, non fa che richiamarsi al messaggio del Vangelo, al suo spirito più profondo di fratellanza e di solidarietà. Cioè a quella giustizia sociale che è alla base della predicazione di Cristo. Le “due chiese” hanno in comune questi valori e non è un caso che in Italia sia stato coniato il termine “catto-comunista”, proprio per fondere (e confondere) le rispettive estrazioni.

C’è, tuttavia, una differenza sostanziale tra queste due culture. Il cristianesimo si basa sulla fede, sul senso comune di appartenenza, sulla fratellanza e sulla solidarietà umana. Il comunismo si basa invece sul “materialismo storico” e, almeno in origine, rinnega la fede religiosa. Il cristianesimo appartiene come tale a una dimensione spirituale, il comunismo è una dottrina sociale e politica.

Con la sua visita a Cuba e con il dono di quel libro a Fidel Castro, dunque, Papa Francesco ha voluto simboleggiare la riconciliazione fra tutti gli uomini e le donne della terra. Anche al di là delle rispettive contrapposizioni ideologiche. E nell’ultimo lembo di comunismo del mondo, ha incarnato così l’essenza stessa del messaggio e della predicazione evangelica.

Il cristianesimo e il comunismo, però, hanno anche un elemento in comune. È la Grande Utopia di chi crede, da una parte, nel Creatore, nella resurrezione e nella vita eterna; dall’altra, di chi crede nell’uguaglianza assoluta, nella possibilità di annullare tutte le diversità. Tra l’uno e l’altro, la cultura laica e riformista interpreta piuttosto un ideale di equità che tende a ridurre il più possibile le disuguaglianze sociali, nella convinzione razionale che non sarà mai possibile eliminarle completamente.

Contro gli “animal spirits” del capitalismo selvaggio, quello che ancora pratica lo sfruttamento del lavoro e dell’ambiente, il riformismo rappresenta realisticamente un antidoto e un limite. L’antidoto della responsabilità, il limite delle regole. Ed è proprio questo il terreno su cui cristianesimo e comunismo possono convergere e incrociarsi, senza rischiare di confondersi l’uno con l’altro per la semplice ragione che appartengono a due sfere diverse: spirituale nel primo caso, materiale nel secondo.

Chi conosce Cuba o la sua storia, sa bene che in quel paradiso terrestre in mezzo al Mar dei Caraibi il regime comunista ha negato sia la libertà sia il benessere. Eppure, bisogna riconoscere che ha storicamente affrancato la popolazione dallo schiavismo e dal colonialismo, spezzando le catene di un’antica sottomissione. Ha assicurato a tutti una casa, per quanto umile e modesta; l’istruzione scolastica e l’assistenza sanitaria. Vedremo adesso di che cosa sarà capace il neo-capitalismo che sbarcherà sull’isola con l’esercito degli speculatori, dei finanzieri, degli investitori di tutto il mondo.

Ora Cuba può diventare davvero un laboratorio sociale ed economico su scala planetaria. Un luogo collettivo in cui sperimentare nuovi assetti e nuovi equilibri sociali. Un’isola dove finisce il comunismo e inizia un modello di sviluppo più giusto, più libero e democratico. E magari, anche un cristianesimo più autentico e credibile, più povero e più vicino ai bisogni della gente.

L’incontro fra il “Papa comunista” e l’ex alunno dei gesuiti assume perciò il significato e il valore simbolico di una catarsi. Un’occasione, cioè, per purificare le due culture dalle rispettive debolezze o, se si preferisce, dai rispettivi “peccati”. Se la Cuba di Fidel può e deve cambiare, anche la Chiesa di Francesco è chiamata oggi a un grande impegno di rinnovamento e di testimonianza nel segno del Vangelo.

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