Martedì 26 Marzo 2019 | 11:27

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di Giuseppe De Tomaso
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Per decenni l’Italia ha fatto discutere i politologi di mezzo mondo per la presenza del più forte partito comunista d’Occidente. L’acuto analista Alberto Ronchey (1926-2010) brevettò, in proposito, una formula destinata ad avere successo anche al di là delle Alpi: Fattore K (da Komunism). In soldoni: il sistema politico italiano era ingessato, cioè precluso alle alternative di governo, non a causa del modello elettorale proporzionale (tesi cara a molti esperti), ma a causa della robustezza del Pci, partito anti-sistema che si proponeva la fuoriuscita dal capitalismo. Se, e fino a quando, sosteneva Ronchey, il Pci non avesse divorziato dalla tradizione marxista per sposare il riformismo di mercato scoperto dai socialdemocratici tedeschi a Bad Godesberg (1959), la sinistra italiana non avrebbe mai potuto oltrepassare le colonne d’Ercole del governo.

Viceversa, questo problema - la paralisi di un quadro politico privo di alternanze ai vertici del Paese - era sconosciuto in tutte le altre nazioni europee perché colà il termine riformismo non era una parolaccia, e la parola mercato non era una bestemmia.

A dire il vero il Partito comunista italiano, nonostante gli inchini al verbo di Karl Marx (1818-1883) e i riconoscimenti alla rivoluzione sovietica, non era una forza intrisa di massimalismo. Lo aveva dimostrato quando, dopo l’istituzione delle Regioni (1970), si era ritrovato a svolgere funzioni di governo in vaste aree della Penisola. Nessuna crociata anti-borghese, anzi piena adesione alla linea dell’«alleanza fra i produttori» che di fatto sanciva l’accettazione del mercato e dell’attività privata. In Emilia-Romagna, per esempio, il Pci era riformista anche quando questa definizione era tabù. Solo un partito riformista nei fatti avrebbe permesso che il litorale adriatico tra Cattolica e le foci del Po si trasformasse in un’interminabile Punta Perotti, con una lunga serie di case, alberghi e grattacieli a pochi metri dal mare. Oggi quel modello «liberista» di turismo balneare, ideato dai comunisti romagnoli, verrebbe scomunicato, in nome dell’ambientalismo e dell’ecologicamente corretto, anche da vasti settori della destra (non soltanto dai riformisti della sinistra).

Comunque, nonostante queste anomalìe, la sinistra comunista italiana era out per qualsiasi soluzione di governo. Le cose cambiarono all’indomani della caduta del Muro di Berlino, cui seguirà la scissione del Pci: da una parte i riformisti, dall’altra i rifondazionisti. Sembrava che anche l’Italia si fosse allineata allo schema degli altri Stati occidentali, caratterizzati dal ballottaggio quotidiano, tra riformisti di destra e riformisti di sinistra, per la direzione del governo. E, per certi versi, sia pure a fatica, l’evoluzione del quadro politico s’orientò in questa direzione, salvo scoprire sùbito che la presenza, nelle due coalizioni di governo, di due partiti anti-sistema (Rifondazione comunista a sinistra, Lega Nord a destra) creava insormontabili ostacoli alla governabilità. Insomma, la Grande Malata del Vecchio Continente restava sempre quella: il Paese dei santi, dei poeti e dei navigatori.

Con l’esplosione, però, della crisi finanziaria e socioecomica del 2008, anche la sinistra europea e americana ha patito scossoni da Scala Mercalli. Si sono fatti strada i movimenti più populistici, l’Europa e la finanza sono salite sul banco degli imputati, al riformismo socialdemocratico e liberale sono state rivolte accuse degne di una caccia alle streghe. E anche nella sinistra tradizionale il testacoda culturale ha sorpreso gli spiriti più immaginifici: la sinistra-sinistra è uscita dall’angolo mentre la sinistra liberale ha assistito alla resurrezione di tutta la legenda ideologica sconfitta all’indomani del collasso sovietico. Risultato: oggi anche in Inghilterra con Jeremy Corbyn (fresco leader dei laburisti) e negli Usa con Bernie Sanders (rivale di Hillary Clinton nel partito democratico) le correnti più radicali della sinistra non sono fuori dalla corsa per il Potere centrale. Per non dire delle formazioni dichiaratamente anticapitalistiche e antiriformistiche esplose in Spagna e in Grecia, da dove l’ex ministro Yanis Varoufakis conta di partire per conquistare, culturalmente e politicamente, il timone dell’Europa anti-tedesca, anti-mercatistica e anti-rigoristica. Un tempo, un progetto simile sarebbe apparso più velleitario della scalata del Cervino con le scarpe da tennis. Ma oggi non si sa. Il malessere sociale potrebbe sfociare in mille rivoli.

Batti e ribatti, la sinistra europea è tornata al punto di partenza di oltre un secolo fa, al ping-pong tra distribuzione (di ricchezza) e predistribuzione, per usare la terminologia più recente in auge nel partito laburista britannico.

Per la sinistra-sinistra la torta, che non è mai destinata a crescere, va tendenzialmente divisa in parti uguali. Per la sinistra riformista, invece, la torta, che è destinata a crescere, non va distribuita in parti uguali perché, in tal modo, si scoraggerebbe la competizione sociale. Inoltre, più crescita significa più porzioni per tutti, anche per i poveri. Certo, i più intraprendenti si ritroverebbero con porzioni da elefanti, ma anche il menù dei più sfortunati si allungherebbe.

Allora. Distribuzione contro predistribuzione (sinonimo eufemistico di accumulazione). La partita dei prossimi anni è tutta qui. 

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