Martedì 26 Marzo 2019 | 11:34

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Tennis. La favola delle sorelle elettive sta oscurando il mito delle sorelle naturali. Flavia Pennetta e Roberta Vinci versus Serena e Venus Williams: le «sorelle di Puglia» scalzano le sorelle d’America nell’immaginario delle folle. Tuttora, i giornali d’Oltreoceano, compreso l’autorevole (per definizione) New York Times, non riescono a capacitarsi, a spiegarsi come mai a Serena sia sfuggito il Grande Slam (il trionfo, nello stesso anno, nei tornei di Australia, Parigi, Wimbledon e Usa). Chi tira in ballo la fortuna, chi ironizza sul gioco di Roberta, chi - saragattianamente imprecando - chiama in causa il destino cinico e baro. Vivesse ancora la buonanima di Gianni Brera (1919-1992), coltissimo maestro, insuperato esegeta del vangelo pallonaro, smonterebbe sùbito l’incredulità di scribi e tifosi vari. «Vi stupite per la vittoria di Flavia e Roberta. E perché mai? Loro non hanno fatto altro che confermare la fondatezza delle mie tesi applicate al calcio e all’intero sport», osserverebbe con orgoglio.

Riavvolgiamo il nastro. A differenza di tutti gli amanti del gioco totale e muscolare, il grande Brera sosteneva che le vittorie delle nazionali e dei club italiani di calcio erano frutto del combinato disposto tra morfologia fisica e strategia mentale dei nostri giocatori: una concezione «femmina», e non «maschia» della sfida, della tattica in campo, una concezione che oltrepassava e oltrepassa i confini degli stadi o delle piste circostanti, per abbracciare lo stesso Dna politico-culturale della nazione. L’Italia, non solo nel calcio, e non solo nel tennis, è una squadra «femmina», con tutti i «benefit» collaterali che questo dettaglio determina.

Se nel mondo del calcio essere «femmina» significa privilegiare il contropiede, le ripartenze e il gioco di rimessa al pressing, al rombo e al gioco a zona, ossia significa preferire il difensivismo all’offensivismo, nel mondo del tennis essere «femmina» significa giocare come hanno fatto la Vinci con la Williams e la Pennetta con la Halep. Sì, perché solo all’anagrafe la felina Serena risulta appartenere al cosiddetto «sesso debole». Nei fatti, cioè a fondocampo e con una racchetta in mano, appartiene all’universo maschile. Quanti sono gli omini/omoni di Wimbledon, colleghi di Federer e Djokovic, che fanno partire, col servizio, siluri a oltre 200 km l’ora? Pochini, davvero pochini. Beh, la Williams col servizio supera i 200 km l’ora con la naturalezza di chi si trova per caso da quelle parti. Roba da fare crepare d’invidia un Fognini o un Seppi, i nostri due racchettari di maggiori ambizioni.

Solo una «femmina» come Roberta poteva stregare, con le sue magie fatte di cambi di ritmo, di traiettorie beffarde, e di astuzie volpine, un «maschio» come Serena, che già nella muscolatura evoca più Ercole che Ulisse, il più femmineo dei supermen della mitologia greca. Roberta, l’intelligenza e la classe. Serena, la potenza e la forza. E se Ulisse può battere Polifemo, se Davide può azzoppare Golia, se il Chievo può incastrare la Juve, anche Roberta può uccellare Serena, a dispetto di tutti gli oracoli e scommettitori del pianeta.

Sulla carta, tutta l’Italia potrebbe essere, e giocare, come la Vinci e la Pennetta. Specie l’Italia politica, vaso di coccio tra tanti vasi di ferro. Se la Merkel fa la Serena (Williams), Renzi (o altri al suo posto) può fare la Pennetta o la Vinci. Ossia muoversi con tatto, affidarsi alla fantasia, imporsi grazie all’estrosità. Ma l’obiettivo è più complicato del previsto, perché a una cospicua fascia di italiani, non solo alle varie nomenklature, difettano quelle doti che, sia i maschi sia le femmine, devono possedere per lasciare traccia di sè: lo spirito di sacrificio, il senso del dovere, la voglia di ricominciare sempre.

La vita delle Pennetta o delle Vinci non è costellata (solo) di mondanità, copertine, vernissage, spettacoli e comparsate tv. La vita delle campionesse come loro è, innanzitutto, un bollettino quotidiano di rinunce, dal cibo al tenore di vita, dalle vacanze alle discoteche. I loro sorrisi, spesso forzati, nascondono una volontà d’acciaio, assai più diffusa tra le donne: per averne conferma è sufficiente consultare le classifiche dei laureati o i dati sui nuovi ingressi tra le professioni più prestigiose. Donne e donne davanti. Se, poi, questa predisposizione al sacrificio si accompagna all’inventiva «femminile» che, nei rettangoli del tennis, significa più testa che braccia, più posizione in campo che missili da fondocampo, allora non ce n’è per nessuna, neanche per una leonessa come Serena che in realtà ha il ruggito del leone maschio.

Serve un’Italia più «femmina», serve un’Italia più femmina e fantasiosa anche in politica. Politicamente parlando, Renzi è metà femmina metà maschio. È femmina quando sorprende pubblico e avversari con un gioco imprevedibile. È maschio quando vuole prendere a pallate avversari, rivali e malcapitati, ma senza preoccuparsi della classica eterogenesi dei fini. Prospettiva che la concretezza femminile sa affrontare e schivare con abili stratagemmi. Era «femmina» la Dc, che sapeva irretire spasimanti, delusi e alleati in una ragnatela di gioco degna di un rebus da Settimana Enigmistica. In fondo anche quando nacque l’Europa comunitaria, la Germania era il maschio di casa, l’Italia la donna e la Francia la suocera (dell’Italia). Ma, ridendo e scherzando, per un paio di decenni, quell’Italia «femmina», la nuova Italietta, seppe vincere non solo nel pallone, ma nel gioco più spietato che c’è in giro: saper creare ricchezza e occupazione, saper vendere i relativi prodotti a tutti.

La Pennetta e la Vinci sono, sì, la metafora di una nazione. Ma non di tutta.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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