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di Giuseppe De Tomaso
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Matteo Renzi è contemporaneamente un democristiano e un antidemocristiano. È democristiano per formazione scolastica, tradizione familiare, frequentazioni politiche. La sua tesi di laurea su Giorgio La Pira (1904-1977), il «sindaco santo» di Firenze, toglie ogni dubbio sull’estrazione culturale del presidente del Consiglio. Ma Renzi è antidemocristiano per istinto, carattere, tattica e strategia. E siccome la caratterialità è destinata a prevalere sempre, non solo nelle sacrestie di partito o nelle camere di governo, ecco che in Renzi la prassi anti-democristiana finisce per surclassare la teoria democristiana.

Si racconta che quando l’austero Alcide De Gasperi (1881-1954), che era pure di origini «austriache», salì sull’altare per convolare a nozze, all’officiante che gli rivolgeva la domanda di rito (nel suo caso: «Alcide, vuoi tu prendere per sposa...?) non rispondesse con lo scontatissimo «Sì», ma con il più mistico/conturbante «Non direi di no». Un capolavoro di democristianità, anzi di filosofia democristiana: non una risposta secca, semmai una risposta ondivaga, com’era nelle elaborazioni dc, orientate a non dividere il mondo tra bianco e nero, bello e brutto, privato e pubblico. 

Una condotta regressiva? Una concezione rinunciataria dell’azione politica? Chissà. Sta di fatto che questo Dna poco aggressivo, portato a mediare più che a decidere, a rinviare più che ad accelerare, ha portato la Penisola sull’Olimpo dei Paesi più avanzati, mentre l’avvento della muscolarità politica ha vieppiù aggravato il declino socio-economico dello Stivale. Ma, tant’è.

E torniamo a Renzi. Pur essendo democristiano per estrazione, il premier-segretario non è democristiano per vocazione. Il doppio incarico (leader di partito e capo del governo) ne costituisce la testimonianza, la chiave di lettura più penetrante. Nemmeno De Gasperi, che era De Gasperi, aveva guidato simultaneamente la segreteria dc e la squadra dei ministri. Ci proverà Amintore Fanfani (1908-1999). Ci proverà Ciriaco De Mita. Ma entrambi, che pure non erano visi pallidi, dovranno presto arrendersi alle regole consuetudinarie del sinedrio di Piazza del Gesù che non ammetteranno mai cumuli di incarichi a beneficio di un uomo solo al comando.

Renzi ha sùbito sfatato questa tradizione pluridecennale. Anzi l’aveva sfatata sin dal suo esordio in tv, introducendo un lessico che, negli anni d’oro della Balena Bianca, avrebbe fatto più scalpore di una lite col Pontefice. La parola «rottamazione», per intenderci, rappresentava l’antitesi più clamorosa della storia scudocrociata, che già con la fraseologia mirava a includere, non a escludere. Certo, nella sbandierata logica dell’inclusione il tasso di ipocrisia raggiungeva livelli stellari, e così pure le continue professioni di fede verso l’unità del partito: in realtà le lotte intestine tra le correnti erano spietate e costanti, anche se silenziose e giudiziose. Non facevano chiasso perché l’arma più utilizzata, per la bisogna, non era il pugnale, bensì il veleno.

Renzi non è tipo da usare il veleno. Se deve dichiarare guerra a qualcuno, non ricorre a perifrasi, a quel gergo iperdemocristiano condito di riguardi nei confronti della vittima designata. Renzi, i suoi avversari, li chiama per nome, invitandoli alla pugna come si faceva nelle arene dell’antica Roma. Certo, ogni tanto, rispunta nel Rottamatore qualche conato da Tessitore, lascito della dirigenza democristiana. Ma presto viene oscurato dall’indole fiorentina del Nostro, che quando avverte l’odore della battaglia non cerca riparo in infermeria per strappare un periodo di convalescenza. Del resto un politico che non ha un nemico è un politico sbiadito. La lista degli antagonisti, se qualificata, può giovare al prestigio di un politico più della schiera dei di lui luogotenenti.

Esaminiamo l’ultimo caso in ordine di tempo, l’elenco dei nemici in cui il premier ha inserito anche il presidente della Regione Puglia. La mossa contiene un messaggio in chiaro (da antidemocristiano) e un messaggio in codice (da perfetto democristiano). Il messaggio in chiaro: «Caro Emiliano, sono pronto ad accettare la tua sfida per la leadership. Sappi che non farò sconti, e la battaglia sarà frontale». Il messaggio in codice, non dichiarato, ma percepibile dai movimenti del Royal Baby: «Caro Emiliano, è inutile che ti impegni allo spasimo per mettere assieme il fronte delle Regioni del Sud, allargando il campo anche alle opposizioni di centrodestra. Il governo non ti farà da sponda, o da interlocutore. Se proprio dovrò scegliere il mio interlocutore nel Mezzogiorno, la scelta cadrà sul presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca».

In soldoni. Emiliano ripete e ripete di non aver intenzione di sfilare a Renzi lo scettro del Pd, ma ricorda al primo ministro che, da presidente di Regione, non farà il passacarte o il cameriere del governo, anzi è convinto di avere al suo fianco, in nome del Sud, buona parte dei suoi colleghi meridionali. Renzi non crede alle rassicurazioni di Emiliano, ed è persuaso che il fronte unito del Sud potrebbe aiutare il governatore pugliese nei suoi piani di crescita politica dentro e fuori il Pd. Di qui, il suo intervento preventivo, teso a scompaginare, anticipatamente, la formazione di una cabina di regia meridionale a trazione Emiliano. Con un codicillo, non scritto. Se proprio devo parlare con un presidente di Regione, mi scelgo io il soggetto (traduzione: preferisco De Luca).

Fine. A Emiliano conviene misurarsi con Renzi, che, politicamente parlando, non è un peso piuma. A Renzi conviene misurarsi con Emiliano che non è proprio l’ultima ruota del carro. Come finirà in Fiera? Forse prevarrà la cautela democristiana. Salvo assistere alla riapertura delle ostilità a cerimonia conclusa. Due visi sanguigni, come loro, non possono convivere come insegnava Mamma Dc. 

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