Martedì 26 Marzo 2019 | 00:48

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Che altro dire sulla volontà di buona parte della classe politica di continuare a colpire i giornali senza se e senza ma? Che errare è umano, ma perseverare è diabolico. O, come ripeteva il sulfureo Giulio Andreotti (1919-2013), che a pensar male si fa peccato, ma s’indovina. L’ultima dimostrazione dell’ostilità della nomenklatura nei confronti della carta stampata è offerta dalle norme di disciplina della pubblicità degli avvisi e dei bandi di gara (appalti), finora affidata ai quotidiani. Poche settimane fa, un decreto legge aveva soppresso l’obbligatorietà degli avvisi d’asta sui giornali, introducendo, per il giudice decisore, il criterio della discrezionalità tra l’utilizzo dell’informazione cartacea e il ricorso all’informazione digitale. Un colpo pesantuccio per i giornali che già annaspano per la crisi economica che ha falcidiato i ricavi pubblicitari, e che soffrono per la concorrenza sempre più agguerrita del mondo internettiano.

Due mesi addietro il Senato aveva approvato, a proposito degli avvisi e dei bandi di gara, un testo che, tutto sommato, non metteva fuori gioco il settore dei giornali. Infatti, la legge prevedeva, in ogni caso, la pubblicazione degli stessi avvisi e bandi in non più di due quotidiani nazionali e in non più di due quotidiani locali, con spese a carico del vincitore della gara.

Adesso, invece, alla Camera sono approdati emendamenti su emendamenti, tutti tesi a privilegiare la piattaforma digitale a svantaggio dell’offerta cartacea.

Il Lettore chiederà: perché tanto clamore su una vicenda da addetti ai lavori? Perché, rispondiamo noi, non è una questione da specialisti o da spiriti corporativi. E perché i motivi di preoccupazione, per questa misura che s’intende adottare, sono parecchi.

Uno: i giornali rappresentano tuttora lo strumento di informazione primaria per milioni di cittadini. Colpire la carta stampata, il cosiddetto Quarto Potere, significa colpire la libertà. Come abbiamo avuto modo di scrivere in passato, una democrazia, in casi estremi, potrebbe fare a meno del governo, non certo dell’informazione. E i giornali sono la quintessenza dell’informazione, non foss’altro perché tuttora risultano la principale fonte di apprendimento di notizie, oltre che per i cittadini, anche per tutti gli altri strumenti della comunicazione. Internet è debordante, ma la sua informazione (il direttismo) non si addice alla democrazia dei moderni, ossia alla democrazia rappresentativa.

Due: non si capisce perché debba sparire dai giornali la pubblicità degli avvisi e dei bandi di gara in un Paese il cui tasso di alfabetizzazione digitale è lontano anni luce dai livelli di altre nazioni. Che facciamo: penalizziamo o tassiamo, indirettamente, tutti coloro che non hanno familiarità con il web?

Tre: non si capisce perché il governo, ma anche altre forze politiche, tra cui il M5S, si sia accanito contro i quotidiani, chiudendo il rubinetto della pubblicità legale, ben sapendo che il provvedimento non porterebbe un euro in più alle casse dello Stato (anzi, gli sottrae un po’ di soldini perché sfuma l’Iva). Le spese dell’inserzione pubblicitaria, infatti, erano a carico del vincitore della gara. Si obietta che in questo modo i soldi risparmiati, a danno dei giornali, potranno andare alle casse dei Comuni. Dei Comuni? Argomentazione davvero risibile, vista la gestione clientelare di molti bilanci comunali. Prepariamoci, dunque, ad assistere a qualche finanziamento in più per le sagre paesane, perché, purtroppo a «eventi» di questo tipo vanno a finire parecchi quattrini delle amministrazioni locali.

Quattro: la botta sulla pubblicità degli appalti dovrebbe sottrarre ai giornali italiani un introito complessivo di un centinaio di milioni. Incredibile. Da un lato non si finisce mai di asciugare le lacrime che, nei convegni, accompagnano i discorsi sulla stampa in crisi, cercando nelle pieghe delle annuali leggi di stabilità qualche spicciolo per aiutare il settore. Dall’altro lato si opera in senso contrario, togliendo ai giornali una voce essenziale per il loro finanziamento e sostentamento. Una condotta e un atteggiamento che la dicono lunga sul fiume di ipocrisia che scorre nelle stanze del Potere.

Quinto: tutte le volte che irrompe sul proscenio il tema della revisione della spesa pubblica, spunta immancabilmente il partito della difesa dello status quo. Non si può tagliare lì perché significa ridurre lo stato sociale. Non si può tagliare lì perché significa affamare gli enti locali. E via su questo tenore. Neppure i casi di gestioni pazze riescono a persuadere i tifosi della spesa pubblica a oltranza, quella a prescindere. E si tratta, in molti casi, di impegni finanziari davvero capricciosi e insensati. Viceversa, quando si parla dell’informazione e della preziosità della sua funzione di sentinella della democrazia, il partito trasversale della spesa pubblica invoca e pretende risparmi anche laddove non sussisterebbero, perché lo Stato, è bene ricordarlo e ribadirlo, non incamererebbe un euro in più dall’espulsione dei giornali dal campo della pubblicità legale.

Andreottianamente ragionando, dunque, il quadro è chiaro. La classe dirigente, di governo e di opposizione, non sopporta i giornali che, rispetto alla concorrenza degli altri strumenti della comunicazione, abitua e allena lo spirito critico a non andare mai in vacanza e in pensione. Tanto è vero - che non li sopporta - che non ha mai preso in considerazione l’ipotesi di varare una legge di riequilibrio del mercato pubblicitario tra tv, radio, web e giornali (i più penalizzati, quest’ultimi), legge che esiste in tutti gli Stati europei. Per lorsignori meglio un Paese addormentato che un Paese sveglio. Ecco perché è opportuno che i cittadini lettori ed elettori sappiano fino in fondo qual è la posta in gioco.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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