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Sostiene il presidente del Consiglio che se il Belpaese è bloccato da vent’anni la causa va ricercata nello scontro paralizzante tra berlusconismo e anti-berlusconismo. L’osservazione renziana ha scatenato un putiferio. I berlusconiani sono insorti inneggiando all’ex Cavaliere, l’unico leader, a loro dire, che ha messo mano alle riforme per cambiare lo status quo. Gli antiberlusconiani sono scattati inveendo contro il premier che, a loro parere, ha bestemmiato come un blasfemo davanti all’altare nell’accostare il Caimano (e il relativo conflitto di interessi) ai suoi oppositori: il primo - hanno ripetuto - ha governato solo per se stesso, i secondi hanno lottato per salvaguardare la Costituzione repubblicana.

Matteo Renzi, a un certo punto, si è visto costretto a chiarire il suo pensiero lamentando, in sostanza, come l’anti-berlusconismo abbia generato una condotta politica non per volere qualcosa, ma solo per combattere qualcuno. Il che, ha lasciato intendere il Rottamatore, non ha costituito e non costituisce un viatico rassicurante per il buongoverno. Il collante esclusivo dell’anti-berlusconismo non è sufficiente per varare un programma politico coerente e coeso.

Ora. Che per quattro lustri, ogni test elettorale, fosse pure il rinnovo di un consiglio comunale sull’Appennino, si sia tradotto in un referendum pro e contro Berlusconi, cioè tra berlusconiani e anti-berlusconiani, è fuori discussione. Ma è altrettanto fuori discussione - anche se in proposito si svicola - che sia i berlusconiani sia gli anti-berlusconiani non fossero propriamente, al loro interno, compatti come una falange macedone, tranne, e non sempre, per i problemi della giustizia e per i processi del magnate di Arcore.

Sulla friabilità delle due coalizioni contrapposte potrebbero promuovere un seminario i due principali antagonisti: Romano Prodi e lo stesso Silvio Berlusconi. Il portabandiera dell’Ulivo ha sudato come un camallo per tenere assieme un’aggregazione che andava da Lamberto Dini a Fausto Bertinotti. Il fondatore del centrodestra ha corso più di un Gattuso per tamponare le falle aperte ora dei leghisti, ora dai centristi, ora da cani sciolti (ma di peso) come il ministro Giulio Tremonti.

Che Berlusconi non sarebbe andato lontano con la sua sbandierata «rivoluzione liberale» lo si comprese sùbito quando, nel 1994, la riforma delle pensioni presentata dal suo governo creò più di un mal di pancia nella sua maggioranza, tanto da indurre un pool di economisti riformisti, fra cui spiccavano i nomi di Prodi e Franco Debenedetti, a rivolgere un appello all’allora premier affinché tenesse duro e non annacquasse il provvedimento osteggiato dai sindacati. La riforma si arenò, salvo essere ripescata e mitigata dall’esecutivo diretto da Dini.

Successivamente provvide Tremonti, il ministro colbertiano dell’economia, a togliere il sonno al suo Principale. Tremonti si riteneva un parigrado del Padreterno. Ma anche Re Silvio si considerava tale. Una coppia esplosiva che manco le buonanime di Richard Burton (1925-1984) e Liz Taylor (1932-2011). Per sovrammercato il Divo Giulio di Sondrio non voleva neppure sentir parlare di rivoluzione liberale: lui socialista era e socialista sarebbe rimasto. Come si potessero creare le premesse per una politica economica condivisa, alla luce di queste divaricazioni intestine, era obiettivamente un rebus da oracolo ellenico. Idem per Prodi, la cui carovana era più composita del carro di Tespi. Infatti, non appena il Professore lanciava qualche idea innovativa, si scatenava, nella sua maggioranza, il partito trasversale della conservazione. L’unica strada su cui, sia nel centrosinistra sia nel centrodestra, confluivano le diverse anime della coalizione era l’incremento della spesa pubblica, che, infatti, è cresciuta, in una fase di più in un altra di meno, in quasi tutti i 20 anni di stallo vituperati da Renzi. La fattura del conto di ogni litigio veniva presentata all’incolpevole già tartassato contribuente.

Ma siamo sicuri che la stagnazione dello Stivale sia un fenomeno esclusivo degli ultimi 20 anni? In una conversazione con l’amico Antonio Maccanico (1924-2013) - riportata da Roberto Napoletano, attuale direttore de Il Sole 24 ore, nel suo volume Fardelli d’Italia -, il leader repubblicano Ugo La Malfa (1903-1979) non risparmiava il suo proverbiale pessimismo. «Caro Tonino - osservava La Malfa - non ti illudere, le quattro o cinque misure che hanno rovinato l’Italia le abbiamo già prese, non possiamo fare più niente, siamo condannati». Le leggi a cui si riferiva La Malfa erano l’istituzione delle Regioni («l’inizio delle clientele e della spesa improduttiva»); il punto unico di contingenza che portò l’Italia a un surplus di 15 punti di inflazione rispetto alla Germania; la riforma sanitaria che garantiva tutto a tutti; l’adeguamento dell’inflazione mese per mese per gli statali a riposo; e lo Statuto dei lavoratori che ingessava il mercato del lavoro in entrata e in uscita. Fine

L’esplosione del debito pubblico e il deficit di competitività del sistema Italia, cioè il blocco della crescita, non sono (solo) il frutto degli ultimi vent’anni di conflittualità permanente tra berlusconiani e anti-berlusconiani (sono altri i lasciti, gli effetti, le responsabilità, le colpe della stagione stigmatizzata da Renzi), ma sono la conseguenza di decisioni che arrivano da più lontano. Infatti, già nel 1980, il rapporto debito/Pil era salito al 120%. La Malfa non faceva il pessimista per partito preso o per snobismo. Lo faceva perché era il più informato tra i pochi realisti in circolazione.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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