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Chi ritiene, come ricorda un detto cinese, che dietro ogni crisi c’è una montagna di opportunità, non si spaventa più di tanto. «Le crisi economiche - insegnava l’austriaco americanizzato Joseph A. Schumpeter (1883-1950) - sono come il battito del cuore perché appartengono all’essenza stessa dell’organismo». Né bisogna sempre caricare il fucile contro la finanza, capro espiatorio di ogni raffreddore del sistema. «La finanza - osserva l’indiano Amarthia Sen, Premio Nobel, studioso al di sopra di ogni sospetto - è un’attività utile anche se dubbia sotto il profilo etico, in ogni caso è essenziale per il buon funzionamento dell’economia».

Ciò detto, il malessere cinese fa più paura del collasso greco, anche perché non è detto che le terapie adottate dai governanti di Pechino contro la frenata della loro economia producano i benefìci sperati. Anzi. «Un fallimento - diceva il presidente francese Georges Pompidou (1911-1974) - può avere tre cause: donne, scommesse o un consulto di esperti». E se un consulto di esperti può portare alla rovina un’impresa privata, altrettanto può capitare ai singoli Stati, solitamente generosi nell’ingaggiare «consulenti» manco fossero, negli uffici studio, gli equipollenti di Leo Messi e Cristiano Ronaldo sui campi di calcio. Del resto, un celebre guru della «triste scienza», come il kennediano John Kenneth Galbraith (1908-2006), spirito dissacrante e autoironico, era solito gigioneggiare rammentando che «l’economia è estremamente utile come forma l’impiego per gli economisti». Ma non divaghiamo.
 

Il peccato originale del capitalismo comunista, o del comunismo capitalista, alla cinese è facilmente rintracciabile. Non appena ha preso atto che la Cina era diventata una superpotenza economica mondiale, la leadership post-maoista ha accarezzato un’idea meravigliosa (ma pericolosa come un fuoco d’artificio): fare concorrenza al dollaro rincorrendo il privilegio di stampare moneta e di imporla agli altri. Da qui gli accordi con altri Paesi asiatici (e non solo) per transazioni economiche direttamente in yuan. Un errore, figlio della presunzione fatale tipica di tutti i dirigisti e gli ingegneri sociali, causato dalla convinzione di poter fare a meno delle informazioni che solo il mercato e la libera concorrenza possono possedere e procurare.

Ora. Già è difficile che un’economia possa progredire all’infinito a ritmi pazzeschi, con balzi annuali a due cifre: la legge tendenziale dell’economista inglese Colin Clark (1905-1989) paragona la crescita di un sistema economico alla crescita di un neonato, che nel primo anno vede il suo peso aumentare di un chilo al mese, ma col passare del tempo vede il suo peso progredire a ritmi sempre più lenti. Figurarsi i contraccolpi, quando uno Stato pretende di sostenere la crescita a dosi massicce di doping finanziario, abbassando i tassi di interesse e dedicandosi a spese che più improduttive non si potrebbe. Il minimo che possa accadere è la finanziarizzazione del sistema. Il massimo è una megabolla che impoverisca milioni e milioni di persone.

La Cina ha fatto anche di meglio, cioè di peggio. Il partito di governo, negli anni scorsi, ha autorizzato le amministrazioni locali a fare da sole. A dire il vero, anche sotto la dittatura maoista, i distretti cinesi avevano conservato una certa autonomia, tanto da indurre il centralista Stalin (1878-1953) a sbeffeggiare il federalista Mao (1893-1976). Il successore di Mao, il pragmatico Deng (1904-1997), approfittò dell’esistenza dei distretti per sperimentare localmente le opportunità del mercato. Ottenuta una reazione positiva, Deng abbandonò il dogma della statizzazione dei mezzi di produzione per sposare la linea dell’iniziativa privata nell’intera nazione. E fu miracolo.

Oggi, però, con l’esplosione del debito locale, anche il Dragone inizia a patire, come già avvenuto in Italia specie dopo la riforma (2001) del Titolo Quinto della Costituzione in senso più autonomistico, le ripercussioni perverse del federalismo, che altro non è che un invito a spendere e sprecare in nome dell’autodeterminazione delle popolazioni locali. A molti governi locali non sembra vero di poter spendere con minori restrizioni, tanto che - si è verificato in Cina e, in precedenza in Italia - essi non resistono alla tentazione di investire in derivati e in altri strumenti finanziari, anche quando il buon senso suggerirebbe cautela. Pure il fallimento dell’Argentina, qualche lustro addietro, è dipeso dal raddoppio dei poteri (di spesa) concesso ai cacicchi territoriali. Se ne dev’essere accorto lo stesso Matteo Salvini che, sfidando l’incredulità della vecchia guardia bossiana, si guarda bene dal pronunciare la parola «federalismo», che ora pare diventato un rottame di cui liberarsi come si fa la notte di San Silvestro con gli oggetti inutili e ingombranti.

Adesso il governo di Pechino si vede costretto a correre ai ripari. Ma, anziché azionare il freno, pare orientato ad accelerare ancora di più sulla monetizzazione del debito (quatitative easing), spingendo la Banca Centrale a pompare più liquidità. Soluzione che, in Europa, ha fatto un mezzo buco nell’acqua, visto che la maggiore disponibilità di denaro si è indirizzata verso investimenti finanziari anziché industriali. Eppoi. Non appena il governo cinese ha assicurato che avrebbe coperto i debiti degli enti locali, la Borsa di Shangai è saltata.

Conclusione. La Cina è sempre più vicina all’Italia e all’Europa nell’imitare le pratiche più insidiose nell’arte di governo. Se i governanti cinesi si fossero informati sui disastri del festival della spesa nelle Regioni italiane, probabilmente si sarebbero risparmiati una crisi che ora rischiano di aggravare con terapie ancora più fantozziane e tafazziane. E con effetti allarmanti a cascata nel resto del mondo.

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