Martedì 26 Marzo 2019 | 10:54

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Si chiamano “unioni civili” perché servono a regolare sul piano giuridico i rapporti privati fra cittadini dello stesso sesso. Due uomini o due donne. Omosessuali, gay. Ma si potrebbero definire “civili” anche perché stabiliscono regole reciproche di convivenza, all’insegna – appunto - della civiltà. Cioè del rispetto e della tolleranza. Fra i diretti interessati e fra loro e la società.
Per esempio, in campo ereditario o per garantire la reversibilità della pensione, in caso di decesso di uno dei due partners, a favore dell’altro. O ancora, il diritto dell’uno ad assistere l’altro in ospedale o eventualmente a visitarlo in carcere. Tutto qui. Nulla di più e nulla di meno.

Non c’entra il matrimonio. E non c’entra neppure la famiglia tradizionalmente intesa: padre, madre e figli. Né tantomeno le adozioni, le pratiche di inseminazione artificiale o l’”utero in affitto”. Dove sta, allora, lo scandalo? Il disegno di legge governativo sulle unioni civile è un atto elementare di umanità e di solidarietà. Il riconoscimento di uno stato di fatto, già in vigore nella maggior parte dei Paesi civili e nel resto d’Europa.

Tant’è che, anzi, la Corte di Strasburgo ha già sanzionato l’Italia per la mancanza di una legislazione in materia. Eppure, nell’Italia cattolica e bigotta, nel Paese della “doppia morale”, questo provvedimento rischia, da una parte, di spaccare la maggioranza che sostiene il governo e, dall’altra, di aprire una “guerra di religione” tra lo Stato e la Chiesa.

Una duplice vertenza, dunque, politica ed etica. Di cui, in un momento così delicato e difficile, non avremmo affatto alcun bisogno. È il Nuovo centrodestra a minacciare su questo tema addirittura una crisi di governo, spingendo così il Pd nelle braccia del Movimento 5 Stelle e di Sel che si sono già dichiarati pronti a votare il provvedimento. Ma, dietro le apparenze, le riserve e i distinguo non mancano all’interno dello stesso Partito democratico. E la situazione è analoga in casa del vecchio centrodestra, dove l’ala più laica e liberale sarebbe disposta a sostenere il disegno di legge. La verità è che l’omosessualità non è un fenomeno né di destra né di sinistra. I gay stanno in entrambi gli schieramenti e anche al centro. E stanno, com’è noto, pure nella Chiesa. Qui si parla, in realtà, soltanto di regolare i loro diritti civili, indipendentemente dall’appartenenza politica, dalla religione e dalla fede, come all’epoca del divorzio e dell’aborto. Sarebbe sufficiente e quantomai opportuno, perciò, che i partiti riconoscessero ai propri parlamentari la libertà di coscienza, per risolvere decentemente la questione.

Un contributo determinante, in questo senso, potrebbe offrirlo la Chiesa. Sì, quella di Papa Francesco, di monsignor Galantino e di tante altri vescovi, parroci e preti che s’interrogano sulle questioni del mondo e si sforzano di affrontarle con senso della realtà. “Chi sono io per giudicare un gay?”, s’è chiesto qualche tempo fa Bergoglio, suscitando reazioni contrasti dentro e fuori il Vaticano. Già, come si può giudicare un orientamento sessuale che è un fatto di natura, non una scelta o una manifestazione di volontà? Se è il Papa a chiederselo pubblicamente, a maggior ragione se lo devono chiedere i sacerdoti. E ancor più noi, cittadini laici e cattolici, credenti e non credenti, nel segno per l’appunto del rispetto e della convivenza civile. Non si tratta di “tollerare” la presenza degli omosessuali nella società in cui viviamo, ma piuttosto di prenderne atto responsabilmente: che ci piaccia o meno. Non è questo, però, l’atteggiamento di tutta la Chiesa.

Evidentemente, non la pensa così il presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Angelo Bagnasco, contrario alle unione civili: “Applicare gli stessi diritti della famiglia ad altri tipi di relazione – ha detto in una recente intervista – è voler trattare allo stesso modo realtà diverse: è un criterio scorretto anche logicamente”. Ma è proprio in nome del fatto che siamo tutti “figli di Dio”, invece, che non si può negare anche agli omosessuali il riconoscimento del legame affettivo. Cerchiamo di evitare, allora, anacronistiche guerre di religione e inutili crisi di governo su questa delicata materia. Dagli Stati Uniti all’Europa, esiste già il matrimonio gay. Noi dobbiamo fare oggi solo un piccolo passo avanti, per dare a tutti – indipendentemente dall’orientamento sessuale – gli stessi diritti di cittadinanza.

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