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Ricerca e tecnica per fermare lo schiavismo in agricoltura

di Giuseppe De Tomaso
Ricerca e tecnica per fermare lo schiavismo in agricoltura
Da quando esiste sulla Terra, l’uomo cerca di stancarsi di meno per produrre di più. Può sembrare un paradosso ma è questa la vera aspirazione umana tramandata di generazione in generazione. Solo la rivoluzione tecnologica e industriale, però, ha migliorato sensibilmente la vita lavorativa di operai e braccianti, che in passato erano sottoposti a un carico di fatica tipico di una condizione animalesca. Lo stato di natura, specie in agricoltura, somigliava molto all’inferno, non certo al paradiso, come pure vogliono far credere i nostalgici della produzione verde primitiva, non ancora «contaminata» dall’avvento della meccanizzazione. I lavoratori dei campi, nei secoli scorsi, erano vecchi già all’età di 30 anni. 

Se non fosse stato per il passaggio dall’aratro dietro il mulo al trattore munito di cabina anti-rumore, lo status di fatica estrema e di sofferenza quotidiana sarebbe durato all’infinito. Eppure, nonostante l’evidenza, nonostante il miglioramento delle condizioni di vita provocato dalla rivoluzione tecnologica in agricoltura, il partito dell’arcadia e del ruralismo a tutti i costi è più combattivo di un miliziano islamico, fregiandosi il titolo di arbitro del «politicamente corretto» anche per i criteri di coltivazione dei frutti della terra. È il partito del no agli Ogm, che non hanno mai prodotto i disastri umani dell’agricoltura tradizionale, è il partito dell’agri-filosofia strapaesana. È il partito del «piccolo è bello», amante dei mini-poderi e dell’agricoltura della domenica. Però, è anche il partito che più sbraita contro lo schiavismo in agricoltura generato dal caporalato.

Dimentica, il partito ecologicamente corretto, che lo schiavismo in agricoltura è stata la condizione umana per secoli e secoli, e che il caporalato ha costituito e costituisce l’altra faccia della medaglia: una forma arcaica di reclutamento e controllo della manodopera. Se sono arcaici i mezzi di produzione, sono arcaici anche i sistemi di organizzazione del lavoro. Non ci sono vie di mezzo. Non a caso, il caporalato è maggiormente diffuso laddove l’organizzazione produttiva è più arretrata, la dimensione dell’azienda più contenuta e l’informazione su domanda e offerta di lavoro più lacunosa. Come si fa allora a strillare contro il progresso tecnologico in agricoltura (causa e conseguenza dell’ammodernamento aziendale) e contemporaneamente chiedere drastici provvedimenti contro lo schiavismo nei campi? Né si può rispondere a questa domanda limitandosi a invocare un più incisivo intervento repressivo da parte dello Stato. Prima o poi, gli effetti della «tolleranza zero» svaniranno perché, come si sa, ogni legge e ogni forma di controllo vengono aggirate se non si riesce, in precedenza, a incidere in profondità sulla realtà delle cose. L’inganno è sempre in agguato. Si cambierà nome alla pratica del caporalato, si escogiterà qualche termine più persuasivo rispetto all’attuale agenzia interinale e tutto ritornerà come prima. Salvo poi scandalizzarsi, viva l’ipocrisia, al successivo caso di morte inquietante o di pizzo sulla busta paga dei braccianti sfruttati.

È la scienza, con la tecnologia, il principale nemico del caporalato. È la rivoluzione tecnologica che porta, inevitabilmente, le aziende agricole ad ammodernarsi in tutti i sensi (dall’ingrandimento delle dimensioni all’aggregazione delle proprietà più modeste) e quindi a non aver più bisogno di quel tipo di informazioni sulla domanda di lavoro che spesso solo caporali o «agenzie interinali» sono in grado di possedere.

E pensare, invece, che alcuni settori estremi dell’ambientalismo definiscono «licenza di stupro» la ricerca sugli Ogm, e altri ancora sollecitano la coltivazione naturale senza trattori, cioè solo con le bestie e i contadini a spaccarsi la schiena sotto il sole cocente. Aspirazioni spacciate per ultraprogressiste, ma in realtà reazionarie, concepibili soltanto da qualche spirito snob, da qualche testone sfaccendato visionario, che non solo non ha visto neppure da lontano il lavoro tra gli alberi, ma non prova nemmeno un minino di «pietas» verso uomini e donne che per secoli sono stati i simboli dello sfruttamento subumano. Che facciamo? Vogliamo ricreare le condizioni perché il caporalato evolva verso una forma di arruolamento lavorativo strutturale ed eterna? Se si vuole questo, bisogna avere il coraggio di dirlo, senza infingimenti e tanti giri di parole.

Anche le tiritere sui cosiddetti prodotti a chilometro zero, e altre amenità varie, servono a ricevere applausi sempre nel segno del «politicamente corretto». Ma nulla più. In un mercato globale, è da incoscienti concepire un’agricoltura che evochi lo stato di natura. Primo, perché lo stato di natura è, di per sé, crudele nei confronti dell’uomo. Secondo, perché esso determina una produttività pari a zero. Terzo, perché presuppone pratiche schiavistiche da società selvaggia, non civile. Quarto, perché consente ai padroni del mercato di schiavi di continuare a fare il bello e il cattivo tempo, anzi di rafforzare la propria posizione.

Uno Stato intelligente e lungimirante interviene, contro il caporalato, favorendo il potenziamento o, quando non è possibile, l’aggregazione aziendale. Ma, come diceva Albert Eistein (1879-1955), due sono le cose infinite: l’universo e la stupidità umana. Sull’universo, però, il grande scienziato sosteneva di non essere così sicuro.

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