Mercoledì 27 Marzo 2019 | 01:11

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di ENNIO TRIGGIANI

I crescenti flussi migratori e la deludente risposta finora registrata dall’Unione europea sollecitano alcune riflessioni sul ruolo del Sud nel processo d’inte g razione. È noto che l’intero impianto iniziale dello sviluppo del «mercato comune» si è basato sulla produzione legislativa concernente la libera circolazione dei lavoratori dipendenti al fine di consentire una più facile emigrazione dalla principale zona sottosviluppata dell’e poca (fra gli iniziali sei Stati membri), il nostro Meridione, verso il Centro-nord europeo. Ne fece, in parte, le spese la nostra agricoltura che, essendo ben poco modernizzata, avrebbe avuto bisogno di una politica comunitaria delle strutture (e non dei redditi) per la quale si dovrà, invece, aspettare l’inizio degli anni ’70.
Per carità, ciò non toglie nulla alla felice scelta di De Gasperi di entrare subito nel progetto europeo e spesso si dimentica che il boom economico del dopoguerra, al Nord, si deve in gran parte a tale decisione.

LA FINE DEI BLOCCHI - Negli anni successivi alla caduta del muro di Berlino, l’interesse comunitario si è proiettato, comprensibilmente, verso l’Europa orientale anche per favorire la transizione di quei Paesi nella costruzione di istituzioni democratiche. Ma, oggi, non ci sono più alibi. L’Unione europea, se ha a cuore il proprio futuro, ha il dovere di proiettare stabilmente il proprio sguardo al proprio Sud per ragioni di carattere sia economico che politico. Il consistente divario nel livello di sviluppo degli Stati membri è stato da decenni affrontato con politiche di riequilibrio, indispensabili nell’ambito di un mercato che da «comune» è diventato «interno», messe in campo attraverso una pluralità di strumenti quali, ad esempio, i fondi strutturali. Questi, tuttavia, presentano evidenti limiti se non inseriti in una strategia unitaria della politica economica e fiscale che non rientra, per ora, nelle competenze attribuite all’Unione. Ciò non vuole dire, peraltro, che gli Stati, almeno quelli aderenti all’euro, abbiano libertà nelle proprie scelte, giacché i forti legami derivanti dal possesso della stessa moneta producono comunque significativi limiti di sovranità.

È sempre tardi per renderci conto che non è più possibile per qualsiasi Stato esercitare pieni poteri nella comunità internazionale contemporanea, sempre più espressione di molteplici intrecci economici e politici che travalicano i singoli Paesi. E ciò è ancor più vero all’interno di una realtà fortemente integrata come l’Unione. In proposito, è significativa la «soluzione» della crisi greca del luglio scorso. Si è avuta la dimostrazione che, in realtà, non esistevano scelte alternative in quanto la sovranità nazionale, in materia, era da tempo limitata; e lo è dappertutto, dove più dove meno. Il problema si sposta, se mai, su come legare l’avvenuto trasferimento o depauperamento di tali poteri nazionali a una nuova dimensione dei controlli democratici.

Tuttavia l’Unione, nella sua struttura istituzionale, vede ancora prevalere l’assetto intergovernativo in cui, per ovvie ragioni, si imporrà sempre il più forte, piegando le decisioni collettive a miopi interessi nazionali. Ne abbiamo avuto conferma nell’insistenza rigida e quasi cieca sulle politiche di austerità bloccando, o tentando di farlo, le necessarie misure di espansione e di investimenti: in una Eurozona dipendente al 95% dall’economia interna si tratta di scelte incomprensibili e sbagliate. In realtà, in Europa come in Italia deve essere ancora assimilato il concetto che senza una crescita del Sud è impossibile uno sviluppo adeguato dell’intera realtà territoriale nella quale non possono divergere gli interessi fra centro e periferia. Lo vedeva con chiarezza Aldo Moro quando affermava «Nessuno è chiamato a scegliere tra l'essere in Europa e nel Mediterraneo, poiché l'Europa intera è nel Mediterraneo».

CERTEZZE ADDIO - Analoghe considerazioni possono essere fatte sul piano strettamente politico. È sufficiente por mente all’inadeguatezza dei Paesi europei di fronte ad una situazione internazionale caratterizzata dall’aggravarsi delle crisi nel Mediterraneo meridionale, in cui all’annosa questione israelo-palestinese si è pesantemente aggiunta l’avanzata del Califfato islamico e nel quale confluiscono imponenti flussi migratori accentuati dall’instabilità di molti governi e dalle guerre in atto. Ma anche rimanendo nel nostro Continente, la crisi del’Ucraina e la crescente voglia di protagonismo da parte russa mettono in discussione vecchie ma labili certezze. L’impossibilità da parte dei singoli Paesi di fornire risposte adeguate li porta allora, invece di comprendere i limiti di ciascuno, a «resuscitare» improbabili aspirazioni a rinchiudersi nei propri confini, come l’infermo che si rifiuta di affrontare la propria malattia. In un inconcepibile ritorno al passato vengono da più parti evocati muri simbolici e addirittura reali!

Non si comprende che una gestione intelligente dei flussi migratori può avvenire solo attraverso la capacità dell’Unione, grazie a una vera politica estera comune, di essere protagonista nella soluzione delle crisi internazionali. Attenuare alla fonte le partenze di centinaia di migliaia di persone (non dimentichiamolo) disperate è l’unica via percorribile, mai dimenticando i gravi errori commessi nel passato dal cosiddetto mondo sviluppato. È allora indispensabile comprendere come la nostalgia del vecchio Stato nazione non solo sia inutile ma diventi pericolosa, resuscitando ideologie e fanatismi ben lontani dalle idealità che hanno caratterizzato il patriottismo in epoche passate. In questa folle corsa diretta a «murare il futuro», che evidentemente nulla ha a che fare con i valori posti alla base dell’Unione europea, salvo rinnegarla del tutto, è meglio ristorare la mente con le parole scritte, pur oltre due secoli fa, da Kant per il quale «ospitalità significa il diritto di uno straniero di non essere trattato ostilmente quando arriva sul suolo di un altro», in virtù «del diritto al possesso comune della superficie della Terra, su cui, giacché è una superficie sferica, essi (tutti gli uomini, ndr) non possono disperdersi all'infinito e devono infine sopportarsi a vicenda, e originariamente nessuno ha più diritto che un altro a stare in un luogo di essa» (Per la pace perpetua, 1795).

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