Martedì 26 Marzo 2019 | 01:24

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di Giuseppe De Tomaso
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Al governo del Belpaese potranno avvicendarsi rottamatori e anti-rottamatori, ma fino a quando, come ha ricordato l’altro giorno il presidente della Confindustria, per aprire un nuovo capannone saranno necessari sette anni anziché sette mesi, la ripresa economica resterà una pia illusione, tipo chiedere al Bari di vincere la prossima Champions League. Il male oscuro, anzi chiaro, del Belpaese si annida nella Pubblica Amministrazione, la cui cultura è lontana anni luce dalle necessità di una società industriale, figuriamoci di una società post-industriale.

Del resto non è una peculiarità italiana. Persino le rivoluzioni più radicali, ad esempio la rivoluzione francese del 1789, devono venire a patti con l’ancien regime che rivive nel potere o meglio nello strapotere burocratico. Lo ha insegnato un grande della politologia, Alexis de Tocqueville (1805-1859), la cui lezione resta fresca come una rosa appena raccolta. Ergo, pretendere dalla pubblica amministrazione di rinunciare al suo potere di interdizione fondato sulla dittatura del cavillo, sull’interpretazione interdittiva di ogni norma, equivale a credere che i tacchini siano di buon umore alla vigilia di Natale.

Le cronache sul calvario di chi càpita in un ufficio pubblico potrebbero riempire intere biblioteche: dalle scene fantozziane per ritirare un semplice diploma di maturità ai balletti interminabili per rilasciare una regolare autorizzazione a costruire. Per non dire delle pretese più opinabili e incredibili, ad esempio voler stabilire il colore delle finestre di un albergo in costruzione, quasi che il proprietario meriti di essere educato e portato per mano sulla strada del buongusto (il funzionario pubblico ha più titoli in merito?). Intanto il tempo, che costituisce la principale risorsa economica, trascorre inesorabilmente, con la conseguenza che quando, dopo sette anni (ma i ritardi potrebbero essere ancora più lunghi), lo slalom tra uffici vari giunge al traguardo, la situazione del mercato potrebbe risultare ribaltata: l’investimento non più conveniente, l’entusiasmo dell’imprenditore (se è ancora in vita) precipitato sotto i tacchi. Immaginare di dare impulso alla crescita del Pil in un contesto culturale che ostacola e penalizza qualsiasi iniziativa è come immaginare di vincere un gran premio di Formula Uno a bordo di una Cinquecento. Neppure se la guidasse un redivivo Tazio Nuvolari (1892-1953) l’impresa sarebbe fattibile. Matteo Renzi, forse, si ritiene più bravo e veloce di Nuvolari. Ma anche lui, in cuor suo, sa dove si nasconde il vero partito della controriforma, molto più insidioso di rivali e avversari dichiarati. Un partito in grado di sabotare anche le leggi più liberali nel rapporto fra Stato, enti pubblici e cittadini, leggi che, lo dimostra la storia patria, pur varate rimangono inapplicate, sulla carta, a tempo indeterminato.

Speriamo che sorte migliore tocchi all’ultimo testo di riforma della Pubblica Amministrazione, approvato in via definitiva dal Senato lo scorso 4 agosto. Ora si aspettano i decreti attuativi, che potrebbero occultare qualche trappola, perché a scrivere le leggi, volutamente in modo incomprensibile, sono proprio quelle figure burocratiche che, da alcuni provvedimenti, dovrebbero uscire ridimensionate. Chi è così fesso da ridurre il proprio potere? La giostra lentocratica potrebbe ripartire.

Comunque. La riforma della Pubblica Amministrazione confezionata nel ddl Madia contiene interessanti novità, fra cui il silenzio-assenso tra gli uffici pubblici centrali, per cui dopo 30 giorni (90 in materia ambientale, sanitaria e culturale) si dà per ottenuto il via libera su una procedura concordata. In caso di liti fra le diverse amministrazioni statali sarà il capo del governo a decidere. E ancora: se un’amministrazione ha dato l’ok all’apertura di un cantiere, passati 18 mesi non può più cambiare idea e rimangiarsi la decisione. Nel programma è stato inserito pure il regolamento di delegificazione per dimezzare i tempi delle procedure per tutti gli insediamenti produttivi: non siamo all’abbattimento dei tempi, ma solo al dimezzamento, in ogni caso è sempre meglio di niente. Resta incerta la sorte di alcune istituzioni, come le Camere di Commercio, che il Renzi-Uno avrebbe voluto tagliare con una rasoiata, e che il Renzi-Due dà l’impressione di voler salvare. Idem i tagli delle prefetture e delle autorità portuali. Qui, per citare l’economista Vilfredo Pareto (1848-1923), la persistenza degli aggregati, ossia il partito dell’autoperpetuazione, dovrebbe avere decisamente la meglio. Così come il partito dello status quo ha già avuto la meglio a proposito del capitalismo o socialismo municipale quasi sempre in rosso: solo in un secondo momento, cioè campa cavallo, si rimetterà mano sulle società partecipate pubbliche locali, che succhiano soldi (dai contribuenti) come neonati alle prese col biberon, ma che costituiscono una bella seduzione clientelare cui solo pochissimi politici sarebbero in grado di resistere.

Non sarà una rivoluzione per la Pubblica Amministrazione, ma solo una riforma. Tuttavia, la partita vera comincia adesso, con i decreti attuativi, e il diavolo, si sa, si nasconde nei dettagli. Ma neppure la più chiara e onesta stesura dei testi applicativi sarebbe in grado di ridurre i tempi della burocrazia, se negli uffici pubblici dovesse permanere la mentalità del passato e del presente (tutti i settori del Paese ne sono largamente pervasi), quella che ignora i tempi dell’impresa e dell’economia, e che, a volte, giudica i cittadini come cavie da torturare. Magari inventandosi pratiche e direttive inesistenti. 

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