Martedì 26 Marzo 2019 | 11:34

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La grecizzazione del Mezzogiorno d’Italia non è colpa esclusiva della classe politica. Una responsabilità non modesta va attribuita ai cosiddetti fuochisti della vaporiera, vale a dire alla pletora di esperti e consulenti che hanno dato credibilità e dignità culturale ai propositi, o meglio agli spropositi, dei vari governanti che si sono succeduti in questi lustri. Oggi Matteo Renzi prende atto del fatto che il Sud vive, cioè sopravvive, in condizioni pietose e che, di anno in anno, rischia di dover persino invidiare lo status dei poveri greci.

I fuochisti della vaporiera recitarono un ruolo primario nella trama tesa a riscattare il Sud, dopo la Seconda Guerra Mondiale, attraverso l'industrializzazione dall'alto. La strada dell'industrializzazione dall'alto, preferita alla via dell'industrializzazione dal basso, assegnava allo Stato il compito quasi esclusivo di promuovere lo sviluppo. Neppure il rischio, paventato da alcuni pensatori lungimiranti, che l'industrializzazione dall'alto avrebbe comportato contraccolpi di natura ambientale (vedi il caso emblematico del siderurgico di Taranto) riuscì a frenare la corsa a consegnare allo Stato mansioni che avrebbero potuto essere affidate ai privati. L'assistenzialismo è figlio anche di questa deriva culturale, avallata da intellettuali, economisti, filosofi, politologi e accademici vari. E a voler pensare male, ma azzeccandoci, per usare la massima andreottiana, si direbbe che non c'era solo buona fede nella convinzione culturale di risolvere la questione meridionale privilegiando l'intervento pubblico. Abbondava il calcolo personale e carrieristico.

Sia chiaro. L'intervento pubblico nel Sud si è rivelato un semi-flop, fatta eccezione per i primi 20 anni della Cassa per il Mezzogiorno, perché ha anteposto la logica della clientela alle ragioni dell'efficienza e della trasparenza. Ma solo uno spirito candido avrebbe potuto scommettere sugli effetti benefici, a lunga durata, della mano pubblica, ossia della classe politica. Non è necessario aver letto biblioteche di classici sul potere per immaginare quanto alle diverse classi dirigenti stia a cuore l'interesse generale: poco o nulla. Non solo. L'intervento pubblico ha toppato, e latitato, pure nel settore dove avrebbe dovuto brillare, cioè nell'infrastrutturazione dell'intero Paese. Basti pensare che siamo fermi ancora al binario unico tra Termoli e Lesina, alla Bari-Napoli che si percorre alla velocità di una littorina, alla Salerno-Reggio Calabria mai completata, e alle tante strade piccole e piene di buche.

Perché, allora, molti studiosi, vecchi e nuovi, della questione meridionale non possono scagliare la prima pietra? Perché parecchi, fra loro, hanno ottenuto vantaggi e benefìci diretti da quel grande elemosiniere che è lo Stato imprenditore, spesso identificabile con la nomenklatura politico-burocratica. Più statalismo significa più incarichi, più consulenze, più prebende. Attorno al Mezzogiorno è fiorita l'unica industria capace di arricchire qualcuno: l'industria dei funzionari, degli esperti, dei consulenti, di coloro cioè che, senza correre alcun rischio, sono riusciti ad accumulare introiti che un imprenditore privo di sostegni pubblici potrebbe sognare solo in luna di miele.

Ora. Fino a quando un Paese farà in modo che un mandarino pubblico, più o meno valido nel suo campo, possa guadagnare, collezionando consulenze e collaborazioni, più di un signore disposto a rischiare i suoi quattrini in un'impresa economica, il sistema gelatinoso, in cui sta affogando il Sud, non si scioglierà mai. La ricchezza personale è, dev'essere, la remunerazione del rischio. Una ricchezza privata accumulata senza l'accettazione del rischio di impresa, è una ricchezza parassitaria, immeritata, diseducativa, che contribuisce a sovvertire la gerarchia di valori e disvalori, per cui il furbo è più ammirato del capace, il figlio di buona donna è più apprezzato del culo di pietra, il traffichino più stimato dell'operoso.

Ecco. Il Mezzogiorno sta declinando ancora, anche o soprattutto perché l'ascensore sociale è aperto solo per la Casta dei dirigenti pubblici, per il cerchio di privilegiati che spesso detta la linea sulle strategie per risanare il Sud, linea che il più delle volte contempla nuovi finanziamenti pubblici, accompagnati da nuove immancabili consulenze per se stessi e per gli amici di cordata. Sono loro i nuovi ricchi, quelli che azionano i semafori dei fondi a disposizione. Ripetiamo. Fino a quando l’unica possibilità di successo per i migliori cervelli del Sud sarà quella di farsi assumere, ben remunerati, dallo Stato, non ci saranno governi che tengano. La discesa verso l'inferno si rivelerà inarrestabile.

Sembra di rivivere la fine del socialismo reale, preannunciata dai saggisti (spesso ex rivoluzionari) che più avevano messo in evidenza, nel regime, il ruolo nefasto della Nuova Classe, quella dei burocrati feudatari in grado di decidere, in base a chissà quali competenze, il futuro di un settore economico o la sorte di un territorio. Non a caso, il Sud, tuttora, resta l’area europea meno lontana dal vecchio statalismo sovietico. E i risultati si vedono.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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