Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:02

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Guai a chi, in politica, come nella vita, non sa cogliere l’attimo. Matteo Renzi sembrava un maestro di tempismo quando, pochi anni fa, si affacciò sul proscenio nazionale. Pur essendo ancora una matricola del Palazzo, mostrava più disinvoltura ed esperienza di un veterano. La sua conquista del Pd avvalorava l'idea che il Paese stava maturando su di lui: un ragazzo prodigio, un giovane fuoriclasse che anteponeva l'etica della convinzione al calcolo delle convenienze, un Maradona che sarebbe riuscito a portare l'economia nazionale dalla zona retrocessione alla zona Champions League.

Il trionfo alle europee della primavera 2014 pareva il preludio di una lunga serie di vittorie di stampo napoleonico. O pposizione azzoppata. Maggioranza di governo dominata dal giglio magico del premier. Avversari interni rottamati e definitivamente fuori gioco. Alleati di centro inoffensivi. Solo il movimento di Beppe Grillo sfuggiva al fascino renziano, ma la cosa era scontata: giammai una forza politica anti-sistema avrebbe potuto rinunciare alla sua identità originaria, per riconvertirsi in una formazione abile a muoversi, nel sistema, fra pulsioni di opposizione e tentazioni di maggioranza.

Dunque, davvero, non per fraseologia di comodo, il Principe dell'Arno era il classico uomo solo al comando, sul cui impero nazionale il sole non sarebbe mai tramontato. Il primo a crederci, nonostante i numerosi moniti contrari forniti dalla storia politica, era il presidente-segretario, una condizione favorevole di potere poco frequente in più di 150 anni di Unità patria. Infatti, Renzi, un anno fa, era così sicuro di navigare con il vento in poppa fino al 2018, data di scadenza della legislatura, da aver scartato sul nascere l'unica mossa che avrebbe dovuto fare per assicurarsi una franchigia di cinque anni: chiedere le elezioni anticipate.

Renzi aveva, anzi poteva rivendicare, mille motivi per sollecitare lo scioglimento delle Camere. Uno: l'esigenza di una legittimazione popolare per un governo non accreditato dalle urne. Due: la necessità di presentare il suo programma di riforme all'opinione pubblica. Tre: il pensiero di candidare, alle politiche, persone più vicine a lui. Quattro: il proposito di ridimensionare la rappresentanza parlamentare piddina a lui ostile. Cinque: l'urgenza di radicare il bipolarismo per evitare l'insidia grillina. Sei: l'opportunità di approfittare della crisi berlusconiana per cacciare in un angolino il centrodestra. Sette: l'occasione per fermare sul nascere il fenomeno Salvini.

Motivazioni, quelle sopra elencate, che avrebbero più che giustificato lo stop alla legislatura, legislatura che neppure il presidente della Repubblica avrebbe potuto salvare, dal momento che il doppio incarico di premier e segretario del partito di maggioranza consente all’attuale presidente del Consiglio italiano di muoversi come se alloggiasse al numero 10 di Downing Street a Londra, sede del primo ministro di Sua Maestà britannica. Il premier inglese infatti, in linea con il cosiddetto modello Westminster, è il vero padrone del Parlamento, di cui può decidere data di nascita e data di morte. Non sono pochi, infatti, i capi del governo inglese che hanno sciolto la Camera dei Comuni non appena hanno avvertito il favore da parte dei sondaggi. Quasi sempre avevano fatto bene i conti, qualche volta no. Ma può capitare.

Renzi, beneficiario del modello Westminster in edizione romana, non avrebbe dovuto indugiare un nanosecondo dopo lo strepitoso risultato elettorale delle europee. Avrebbe dovuto creare le premesse per la rottura della coalizione (i pretesti sarebbero stati più numerosi dei bagnanti di luglio) e si sarebbe preparato a fare il pieno di consensi in cabina elettorale. Dopo il voto alle politiche, nessuno avrebbe avuto più nulla da ridire sulla mancata investitura popolare dell'esecutivo renziano, e oggi il governo in carica non si ritroverebbe nella fase balneare di stagnazione che hanno vissuto quasi tutti i governi che lo hanno preceduto.

Ma Renzi, evidentemente, non se l'è sentita di fare il Renzi nella circostanza più delicata. Ha preferito muoversi come il più democristiano, anzi il più andreottiano, tra i suoi precursori. Risultato: oggi il governo arranca, e anche l'arma delle votazioni anticipare potrebbe risultare scarica al momento propizio.

La politica non è solo questione di alleanze, programmi e contenuti. È anche o soprattutto una questione di tempi. Per portare avanti la propria strategia è decisivo poter contare su una coalizione coesa. Per ottenere una coalizione compatta è fondamentale stravincere alle elezioni. Per stravincere alle elezioni bisogna andare alle urne nella fase più conveniente. Per sfruttare, elettoralmente, la fase più conveniente bisogna avere la possibilità di scegliere la data migliore. Renzi possedeva questa chance, questa opportunità di decidere lui, non il Capo dello Stato, se e quando sciogliere anticipatamente le Camere. Ma il premier ha preferito non rischiare (anche se corre più rischi adesso) e ha rimandato l'appuntamento con gli elettori al 2018, scadenza naturale di Camera e Senato. Col pericolo di non trovarsi più lui alla verifica con i votanti.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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