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di Mimmo Mazza
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Non c’è complotto che tenga, perché in fondo non si capisce cosa c’entri il complotto, evocato dai legali di Sabrina Misseri, con la morte di Sarah Scazzi, con il corpo della 15enne di Avetrana gettato in un pozzo, con quella bella fanciulla strappata alla vita, ai suoi sogni, al suo diario, alla sua famiglia.

Un processo penale non è una partita di calcio, né tantomeno una sfida tra fazioni, men che meno una elezione nella quale vince - anni fa in effetti accadeva - chi l’ultima sera, dal palco piazzato al centro del paese, faceva il comizio migliore.

Quanto Pilato interroga Gesù, ci ricorda il Vangelo di Giovanni, gli chiede: Quid est veritas? Che cos'è la verità?

La risposta ovviamente dipende dai punti di vista. La verità da parte della famiglia Scazzi è nelle foto, drammatiche, del pozzo di contrada Mosca con Sarah riversa a pancia in giù. La verità per Sabrina Misseri e Cosima Serrano è altra cosa, è la loro verità, che ha sempre fatto a meno di Sarah e della sua morte, che ha badato unicamente ad allontare da loro sospetti e indizi. Parlare di pregiudizio insopportabile nei confronti di Sabrina Misseri, come ha fatto l’avvocato Nicola Marseglia prima che la corte d’assise d’appello entrasse in camera di consiglio per 80 lunghe ore, significa non guardare nel giudizio, negli atti, nelle prove, nelle testimonianze raccolta dai carabinieri guidati nelle indagini preliminari dal procuratore aggiunto Pietro Argentino e dal sostituto Mariano Buccoliero.

Offrire alla corte, e ancora prima ai giudici popolari, la tesi del pregiudizio fa correre il rischio di passare per quelli che non avendo argomenti nel merito, cercano rifugio altrove, quasi come se Sabrina Misseri non abbia mai offerto argomenti per generare pregiudizi nei suoi confronti, a partire dall’incomprensibile non partecipazione al funerale di Sarah. Era a piede libero, il padre Michele era in carcere reo confesso, perché non andare al funerale di quella che in tutte le fasi processuali ha sempre definito la sua amata cuginetta, la sua sorellina minore? Perché temeva il pregiudizio della folla o invece già pensava - e solo lei poteva saperlo - al giudizio prossimo venturo?

Non si sa fino a che punto sia possibile provare un fatto passato, e cioè un fatto che si è compiuto, si è esaurito in un momento che, nell’inarrestabile successione temporale, si colloca nel passato. Eppure sia i giudici di primo grado che quelli di secondo, confermando l’ergastolo nei confronti di Sabrina e sua madre Cosima paiono avere certezze, o meglio sostengono che ogni oltre ragionevole dubbio, come codice e civiltà giuridica impongono, la 15enne sia stata prima rapita dalle due donne mentre cercava di correre verso casa sua, verso la vita, e poi uccisa al culmine di una lite dovuta ad un impasto perverso di gelosia e rivalità familiari.

Certo, si tratta solo della sentenza di secondo grado e manca ancora lo scontato vaglio della Corte di Cassazione per archiviare la costituzionale presunzione di non colpevolezza. Ma gli accertamenti di merito sono finiti perché la Cassazione dovrà unicamente verificare se dal punto di vista della legittimità la procedura seguita sia stata corretta, non entrando - almeno così dovrebbe essere - dunque nel vivo della questione.

Resta, sullo sfondo, una domanda destinata oramai a rimanere irrisolta e cioè se un diverso approccio processuale, come quello suggerito dall’esito dell’incidente probatorio del 19 novembre del 2010 nel quale Michele Misseri confermò le accuse a carico della figlia, avrebbe evitato guai giudiziari a Cosima, infatti arrestata soltanto a maggio del 2011, e alla stessa Sabrina una pena sensibilmente inferiore a quella attuale che la vede consegnata al carcere a vita. A Taranto cala il sipario su un processo che è stato mediatico in una prima fase e anti-mediatico in una seconda. Nell’Aldilà la povera Sarah aspetta la Cassazione per apprendere la verità processuale. Quella reale la conosce da sempre.

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