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In Italia rivoluzione rinviata: c’è lo sciopero

di Giuseppe De Tomaso
In Italia rivoluzione rinviata: c’è lo sciopero
di Giuseppe De Tomaso

Spirito corrosivo e profetico, il geniale Ennio Flaiano (1910-1972) un giorno superò se stesso. «La rivoluzione è sospesa, c’è lo sciopero», osservò il grande scrittore, regalando ai contemporanei e ai posteri una delle sue più strepitose battute, tra le quali ci piace ricordare, per la sua carica predittiva, la celebre perla «Tra 30 anni l’Italia non sarà come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione». Flaiano aveva capito tutto della sua gente.

Lo sciopero è così importante in Italia da poter bloccare per sempre anche un conato rivoluzionario. Lo sciopero è così frequente nella vita di ogni giorno che gli italiani non ci fanno più caso, essendosi ormai mitridatizzati all’evento. Ci fanno caso, invece, gli stranieri che ancora amano la Firenze di Leonardo e Michelangelo, la Roma di Bernini e Borromini e la Pompei consegnataci dal Vesuvio. Infatti, solo quando uno sciopero danneggia o sconcerta i visitatori stranieri, la politica e l’informazione italica riprendono di petto la questione che, ovviamente, non giova all’immagine dello Stivale nel mondo, alle casse degli italiani e forse alla stessa causa dei manifestanti. Trascorsa l’estate, consumate le vacanze, la pratica «scioperi» viene immancabilmente archiviata in attesa di essere riaperta l’anno successivo a ferie iniziate.

Anche i sindacati ammettono che così non va, non può continuare. Indire un’assemblea a Pompei, negando ai turisti l’opportunità di visitare il sito archeologico più importante del pianeta, è un’azione da kamikaze. Significa riempire di spot ostili i tg di mezzo mondo. Significa spostare, per reazione, folle di turisti dal Belpaese verso altre nazioni meno ingestibili. Significa sferrare un colpo micidiale all’unica industria (le vacanze) che rappresenta un bene inimitabile pure per cinesi e giapponesi. Fino a quando, per parafrasare la celebre sortita di Nanni Moretti, continueremo a farci del male?

E pensare che la Costituzione italiana è fondata sul lavoro, non sull’astensione dal lavoro. Oddio. Nessuna intenzione di mettere in discussione il diritto di sciopero, ci mancherebbe. Ma gli stessi Costituenti si resero conto che il diritto di sciopero non poteva essere esercitato ad libitum, senza cioè i paletti della legge. Infatti l’articolo 40 della Costituzione ricorda che «il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano». Ma le leggi attuative del diritto di sciopero sono rimaste nella testa di legislatori e analisti, e lì sono rimaste ferme. Nessuno se l’è mai sentita di colmare il «vuoto giuridico», anche se la raccomandazione a colmarlo era scolpita nella Carta Costituzionale dello Stato.

Spiegavano in quegli anni giuristi del calibro di Bruno Leoni (1913-1967): «Se lo sciopero e la serrata sono violazioni contrattuali, perché violano un patto sottoscritto liberamente, allora bisognerebbe regolare l’intera materia per legge, in modo da evitare gli abusi peggiori e il prevalere delle vocazioni strumentali». Ma nonostante il prestigio di cui gode la Costituzione, nonostante il fascino sacrale emanato da ogni suo articolo, la regolamentazione dello sciopero resta un tema più caldo di questo luglio 2015. Una patata bollente che nessuno vuole tra le mani perché il rischio scottatura è più probabile di un annuncio-bomba di Matteo Renzi.

Neppure la regolamentazione delle proteste nel settore dei trasporti, che rappresentano il nostro biglietto da visita davanti ai turisti di tutto il globo, suscita particolari attenzioni. Eppure proprio il settore trasporti mette in evidenza gli effetti paradossali di uno sciopero indetto in piena estate: conseguenze indirette sul governo, pochine; danni collaterali sulle comitive dei turisti, tantissimi. Per intenderci. La possibilità di scioperare contro il datore di lavoro è una conquista che nessuno può contestare, ma quando a rimetterci, per uno sciopero, è un terzo, in questo caso la platea dei consumatori o degli utenti, il discorso cambia. Qualche regola va introdotta: da quella di concedere il potere di proclamare un’agitazione solo ai sindacati che esprimono più del 50% della rappresentanza dei dipendenti, a quella di poter ricorrere a un referendum preventivo che raggiunga almeno il 30% di favorevoli alla protesta. Insomma, qualche soglia di sbarramento va introdotta per non lasciare a una piccola sigla sindacale il potere di bloccare un Paese, solo perché le conviene, per fini di tesseramento e di crescita associativa, fare la faccia feroce davanti al governo.

Ma è soprattutto l’immagine, proiettata all’estero, di un Paese in preda alla scioperomania permanente, che va combattuta perché questo selfie collettivo danneggia la Penisola più di quanto facciano le pagelle di Moody’s sull’affidabilità finanziaria del sistema italico. Da molti settori politici e culturali la nostra Costituzione è ritenuta più sacra della Bibbia. Ma le parole sulla regolamentazione del diritto di sciopero non trovano megafoni disposti a diffonderle. Segno che lo sciopero, in Italia, è ancora tabù, materia inattaccabile. Come il dogma dell’Immacolata Concezione per i cattolici. E così, direbbe oggi Flaiano, è sufficiente una sigletta sindacale per fermare la rivoluzione.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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