Mercoledì 20 Marzo 2019 | 15:04

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Perchè ridurre la tassazione è una missione impossibile

di Giuseppe De Tomaso
Perchè ridurre la tassazione è una missione impossibile
Bisogna toccare ferro quando un governo annuncia di voler ridurre le tasse. Di solito accade il contrario: i balzelli aumentano. Quando va bene si assiste alla riduzione del carico fiscale su alcune voci, cui fa da contraltare un più oneroso rialzo della pressione tributaria su altre voci o su altri gruppi sociali. Quando va male, il portafogli personale si alleggerisce per tutti gli strati della popolazione. 

In passato, nell’Ottocento, era la destra il partito delle tasse, tanto che il più celebre personaggio della classe dirigente post-cavouriana, il piemontese Quintino Sella (1827-1884), è passato alla storia come il gabelliere più inflessibile mai apparso sullo Stivale. Le rivolte contro il caro-tasse, in quegli anni, scoppiavano a sinistra. Col tempo, le parti in commedia si sono invertite, anche se in Italia non è mai spuntata una vera formazione anti-tassaiòla: lo statalismo di fondo che accomuna destra e sinistra ha impedito e impedisce tuttora di tagliare le spese pubbliche e, di conseguenza, impedisce di mitigare le pretese del Grande Fratello impositore. Giustamente su queste colonne Giovanni Valentini auspica una terapia-choc in materia fiscale, un taglio di tasse che dia una spinta impetuosa all’economia. Ma il clima culturale dominante nel Paese non è favorevole alla moderazione fiscale come primo strumento per il rilancio della produzione, degli investimenti e dei consumi. Sinistra e destra non saprebbero dove tagliare le spese per i loro elettorati di riferimento. 

Lo dimostra l’atteggiamento di destra e sinistra a proposito delle liberalizzazioni. La destra vuole liberalizzare il lavoro dei dipendenti, preservando le categorie degli autonomi, protette da logiche e strumentazioni corporativistiche inconcepibili in un mercato globale. La sinistra vuole liberalizzare, invece, solo le professioni borghesi, escludendo dalla manovra l’esercito dei dipendenti. Matteo Renzi ha cercato di infrangere questo schema, agendo su autonomi e dipendenti, per cui a destra viene ritenuto un uomo di sinistra che a parole fa politiche di destra, mentre a sinistra viene giudicato come un uomo di destra che a parole fa politiche di sinistra. In verità riesce piuttosto difficile collocare il premier al di fuori del recinto di sinistra. È vero che la riforma del mercato del lavoro ha provocato molti mal di pancia a sinistra, ma è altrettanto vero che sulla previdenza la filosofia renziana è un inno all’egualitarismo. Come definire altrimenti la voglia matta di livellare gli assegni con i tagli alle cosiddette pensioni d’oro, che, in verità non sono neppure di bronzo, visto che vengono ritenute «auree» cifre di poco superiori ai 2mila euro lordi (lordi) mensili? 

Ma torniamo al fisco. L’obiettivo di Renzi di ridurre le tasse viene considerato dai suoi critici di estrema sinistra come una misura di destra (perché già caldeggiata in passato da Silvio Berlusconi). Il presidente del Consiglio, però, non ha ancora spiegato come intende coprire le minori entrate per l’erario. L’impressione prevalente è che lo voglia fare in deficit. In tal modo dovrà ottenere il placet di Angela Merkel e del severo ministro dell’economia tedesco. Un placet tutt’altro che scontato, vista l’atmosfera a Berlino e Bruxelles. Ma anche se Renzi riuscisse a sedurre la coppia teutonica, l’operazione risulterebbe tutt’altro che indolore per i contribuenti italiani, dal momento che i debiti di oggi quasi sempre si traducono nelle tasse di domani. Renzi potrebbe pure cercare di reperire risorse imponendo un bilancio di «cassa» (si spende solo quello che c’è) al posto di un bilancio di «competenza» (si dà per spendibile anche ciò che non si riesce a spendere). Ma il tentativo verrebbe bloccato sul nascere dal partito unico della spesa pubblica, che prova piaceri orgasmici tutte le volte che viene stanziata una somma, fosse pure per pagare la festa del cardellino. 

Si potrebbe finanziare la dieta fiscale attraverso un massiccio piano di dismissioni di enti e partecipate locali, di terreni, fabbricati e alberghi di Stato incredibilmente ritenuti strategici. Così come si potrebbe dare una bella sforbiciata al numero di Comuni, Regioni e istituzioni varie. Ma ci rendiamo conto che entreremmo nel settore della fantapolitica o della fantaeconomia. Nessuna forza politica accetta mai a cuor leggero di sopprimere le poltrone che ospitano le nomenklature di centro e periferia. Ergo, al Detassatore di Palazzo Chigi non rimarrebbe che una strada per diminuire la pressione fiscale: prelevare di più dai «ricchi» per distribuire di più ai «poveri». Solo che in Italia «ricchi» e «poveri», spesso, sono tali solo per le dichiarazioni dei redditi e le statistiche. I «ricchi» il più delle volte sono i poveri fessi che pagano tutto: additati ad esempio civico quando bisogna combattere l’evasione, ma indicati come «privilegati» da spennare quando bisogna rastrellare quattrini a più non posso. Pertanto, il pericolo che una manovra redistributiva in nome della giustizia fiscale e del calo del carico impositivo possa sfociare in una nuova beffa per gli onesti e in una nuova stangata per il ceto medio, è tutt’altro che immaginario. 

Staremo a vedere cosa farà Renzi. Se la moderazione tributaria si risolverà in un alleggerimento del carico fiscale per alcuni e in un appesantimento del medesimo carico per altri, il premier avrà realizzato un buco nell’acqua. Con un effetto vieppiù controproducente: scoraggiare i ragazzi più bravi. A cosa serve impegnarsi e studiare di più se successivamente sarai classificato come un ricco da spogliare? E poi ci si lamenta dell’ascensore sociale che si è fermato...

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