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Bari non è più considerata la capitale del meridionalismo e della ritrovata cultura democratica come lo era nei primi anni del dopoguerra, grazie a Benedetto Croce ed alla casa editrice Laterza ma anche al fervore dei dibattiti a cominciare dal I congresso dei Comitati di Liberazione nazionale che si svolse a Bari il 28 e 29 gennaio 1944 nel teatro Piccinni e nello stesso anno il convegno promosso dal centro studi per i problemi del Mezzogiorno a cui parteciparono Guido Dorso, Manlio Rossi Doria, Michele Cifarelli, Alfonso Omodeo, Tommaso Fiore,Vincenzo Calace, Mario Assennato.

Proprio in quegli anni difficili e tumultuosi la Fiera del Levante divenne il luogo d’incontro naturale di questa tumultuosa battaglia delle idee sul Mezzogiorno che andava prendendo vigore, assieme ad una nuova fase di sviluppo economico nell’Italia che diventava repubblicana. La stessa idea della Cassa per il Mezzogiorno fu lanciata nel 1948 nella prima di quelle «Giornate del Mezzogiorno» che per decenni contraddistinsero la campionaria barese ma anche un dibattito politico meridionalista nazionale che ormai appare lontanissimo. In fondo, almeno in termini di immagine, la stessa trasformazione della gestione di spazi ed eventi della Fiera del Levante, al di là dell’essere un passaggio obbligato nel salvataggio dell’ente, fa riflettere su una profonda trasformazione non solo della fiera ma anche di quell’anomalia della Puglia che negli anni di maggiore dinamismo faceva parlare di una California del Sud in parallelo con le regioni del Nord-Est.

La crisi più lunga dai tempi del capitalismo, da noi è arrivata con un pochino di ritardo ma sembra non volerci abbandonare, si è fatta sentire nel tessuto industriale e produttivo non risparmiando nessuno, economia e società, imprese e famiglie, aziende ed istituzioni, e paradossalmente in questi anni quel dibattito così acceso del meridionalismo è sembrato affievolirsi, finendo quasi in sordina nella drammaticità dei problemi di tutti i giorni, divenendo in certe fasi quasi subalterno all’apparentemente più rilevante questione del Nord. A ben vedere è stato un processo che ha anche investito l’Europa nel suo complesso, tra un Nord che pur tra le difficoltà si difendeva e i paesi mediterranei alle prese con drammaticità economiche culminate nelle ultime concitate giornate che hanno sfiorato il pericolo dell’uscita della Grecia dall’euro.

Nel lontano 1972 Pasquale Saraceno diceva, proprio durante una delle giornate del Mezzogiorno, che «l’obiettivo della politica meridionalista può essere o può non essere l’elemento determinante la generale politica italiana di sviluppo e sarà questa scelta pregiudiziale a determinare la modalità delle singole riforme». Così in questi anni quel gap tra Nord e Sud in Italia, che sino ad un decennio addietro sembrava lentamente e faticosamente ridursi, si è allargato così come le povertà, il tasso di disoccupazione, l’emigrazione dei giovani per cercare lavoro. Anche la classe dirigente, politica e imprenditoriale, forse non può più vantare quei grandi cavalli di razza che nel dopoguerra sono stati capaci di creare grandi imprese e soprattutto un Paese che comunque rimane una delle grandi potenze industriali. A guardare oggi la «questione meridionale» si corre il rischio di finire nella fantascienza e quelle Giornate del Mezzogiorno nella sala Tridente alla Fiera del Levante appaiono lontane come i vecchi documentari storici oggi sempre più soppiantati da docufiction. In realtà, nonostante i quartieri fieristici in tutta Italia continuino un po’ a soffrire, c’è un certo ottimismo per il business delle fiere, gli esperti dicono che le esposizioni rimarranno ancora per anni come il miglior strumento di marketing business to business.

Certo c’è internet e il mercato virtuale ormai non conosce confini e barriere anche più dei sistemi finanziari, ma le relazioni tra le persone e le occasioni di confrontarsi rimangono ancora decisive. In questo contesto la Fiera del Levante con tutto il suo portato storico, le sue contraddizioni che sono , poi, quelle di un Mezzogiorno che ha vissuto i fasti e le rovine della Cassa, la capacità di creare dal nulla distretti produttivi in grado di affrontare i mercati del mondo ma anche il loro tracollo, che ancora vive un ritardo di sviluppo che non si può risolvere solo con cultura e turismo, rappresenta ancora un’icona di un Sud che nel dopoguerra è stato capace di rimboccarsi le maniche, di superare un’agricoltura legata al latifondo, di veder nascere poli industriali e produttivi.

Forse bisogna ripensare con coraggio al Mezzogiorno, senza quei piagnistei che puntano ad interventi esterni, nazionali ed europei, che non sempre aiutano lo sviluppo dimenticando che anche nella globalizzazione l’obiettivo di fondo non è quello di mantenere inalterate le distanze con le aree più sviluppate ma, con fatica, di accorciare il divario e, nel corso degli anni, se è possibile, di annullarlo.

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