Martedì 26 Marzo 2019 | 01:57

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di Giuseppe De Tomaso
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di GIUSEPPE DE TOMASO
La destra italiana, ad eccezione di Matteo Salvini, non è in crisi perché Matteo Renzi, nonostante tutto, domina la scena. Né è in crisi perché Beppe Grillo pesca voti a 360 gradi. E né è in crisi perché, periodicamente, rispuntano sulle prime pagine le notti allegre di Silvio Berlusconi. La destra italiana è in crisi perché non si sa, anzi non lo sa neppure lei, dove vuole andare a parare. Per la verità, è dall’epoca di Giovanni Giolitti (1842-1928) che i moderati italiani viaggiano senza il navigatore. Ma, negli ultimi tempi, il disorientamento è diventato quasi strutturale. Per cui, anche l’elettore moderato per indole e tradizione farebbe fatica a districarsi in un labirinto, sempre più inestricabile, di pulsioni e rancori, di interessi e ideologismi.
 

La questione greca ha sollevato il velo, portando alla luce, non solo le divisioni della sinistra, ma soprattutto le contraddizioni della destra italiana. Non si capisce più nulla. Silvio Berlusconi, in Europa, milita nello stesso gruppo politico (Ppe) di Angela Merkel. Ma solo a sentire il nome della Cancelliera, al Cavaliere girano alla velocità della luce. Del resto, i suoi giornali hanno tifato e tifano per Alexis Tsipras che manco Il Manifesto. Ma la linea anti-tedesca del Cav non dipende esclusivamente dall’insofferenza reciproca tra lui e Angelona. Il tasso di anti-merkelismo del Magnate di Arcore è figlio, anche o soprattutto, di un’idea diversa, per non dire opposta, sulla linea economica dell’Europa e sul ruolo dei singoli Stati. La Merkel ama il risparmio, Berlusconi ama il consumo, com’è nelle corde del 99% della classe politica italiana. Ma siccome nessuno dei consumisti ammetterebbe di esserlo, perché ciò significherebbe riabilitare la cicala e condannare la formica, si preferisce sostituire, e occultare, il vocabolo risparmio con il termine rigore e la parola consumo con il concetto di crescita. Bando alle ipocrisie. Molti fra coloro che inneggiano alla crescita, lasciando quasi intendere che la Merkel sia un tifosa della decrescita economica, in realtà tifano per il rompete-le-righe della spesa pubblica, per la rottura di ogni argine di contenimento del debito statale, insomma si battono per un replay del modello greco. Ora. Come sia possibile innescare la ripresa economica alzando in continuazione la montagna del debito, costituisce, nel migliore dei casi, un atto di fede e, nel peggiore, un atto di malafede. A molti sfugge una verità elementare: il risparmio (rigore) di oggi non è altro che il consumo (crescita) di domani, mentre il consumo di oggi spesso si rivela la povertà di domani.

Il titolo di campione dell’anti-merkelismo tocca al professor Renato Brunetta, di Forza Italia. Anche Brunetta, che pure da ministro si è segnalato per provvedimenti contro le diseconomie negli uffici pubblici, non concede sconti ai dirigenti di Berlino. Anzi. Con il passare dei mesi, il suo piglio cattedratico contro i rigoristi teutonici è cresciuto a dismisura, con toni e argomentazioni che non stonerebbero sulla lingua di un nostalgico di Lev Trotzky (1879-1940). Brunetta sembra aver occupato il posto, nella squadra anti-germanica, che una volta era di Giulio Tremonti. L’ex ministro dell’economia ha scritto parecchi saggi contro lo strapotere tedesco in Europa e la dittatura del mercatismo nel pianeta. Brunetta, che con Tremonti litigherebbe anche se dicessero la stessa cosa, per ora condivide con il suo «nemico» politico-accademico, la stroncatura di Frau Angela. Ma di questo passo, condividerà con il Divo Giulio anche la scomunica ai danni del mercatismo.

E che dire della Lega? Salvini, politicamente parlando, nasce comunista. Adesso Matteo-due si scandalizza per il Papa un po’ troppo di sinistra. Pochi lustri addietro, qualora l’Italia fosse stata esclusa dall’euro, il Carroccio di Bossi (e Salvini) avrebbe voluto lo scisma dall’Italia e l’accorpamento con la Baviera. Adesso Salvini contende alla francese Marine Le Pen la bandiera dell’anti-europeismo, inteso sia come attacco alla moneta comune sia come resistenza ai vincoli dell’Unione. Invece, proprio adesso, il capo storico dei padani, Umberto Bossi, riconosce che senza euro l’Italia precipiterebbe nell’inferno. Inutile ricordare che anche Salvini appoggia i greci più ostili all’euro, roba che se egli conquistasse Palazzo Chigi, offrirebbe sùbito a Yanis Varoufakis la poltrona di ministro dell’economia.

Viene da chiedersi cosa abbiano in comune molti attuali dirigenti della destra italica, non solo con la destra storica covouriana e post-cavouriana, ma anche con i leader della destra moderata europea e con i maggiorenti moderati dell’Italia repubblicana. Raffaele Fitto presenta oggi il simbolo dei suoi «Conservatori e riformisti», partito che si ispira ai tory del premier inglese David Cameron. Ma la sua formazione politica, che evoca nei suoi spot l’esperienza di Margaret Thatcher (1925-2013), deve sapere in partenza che, rispetto alla Lady di Ferro di sua Maestà, la stessa Merkel farebbe la figura di una signora non particolarmente sensibile alla disciplina finanziaria. Esiste davvero nella destra italiana la consapevolezza che la destra europea non radicale è tutta un’altra cosa rispetto alla destra estremista, populista, statalista, corporativista, debitista, anti-liberale che pressoché da sempre va su e giù per lo Stivale?

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