Martedì 19 Marzo 2019 | 16:25

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di Domenico Crocco
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Nel dibattito sulla Grecia, molti commentatori hanno evidenziato che, finora, al contrario di altri Paesi d’Europa, i governi ellenici non hanno compiuto il loro dovere. La Grecia è entrata in Europa falsificando i bilanci. In Grecia gli armatori non pagano le tasse, le isole sono esentate dall’IVA e i lavoratori vanno in pensione molto prima degli Italiani. E’ evidente che, senza serie riforme, i prestiti necessari alla Grecia (già ammontanti a 300 miliardi) non finiranno mai e non basteranno mai. La Grecia sarà un drammatico pozzo senza fondo.

Il contrario si può dire per Spagna e Irlanda che, sottoposte come la Grecia alla drastica cura europea, hanno varato una serie di riforme che le ha portate ad un risultato importante: entrambe registreranno, nel 2015, la crescita più alta dell’eurozona.

In Spagna l’età pensionabile è stata portata a 67 anni. Le aliquote fiscali sono diminuite e sono state rese più leggere. L’imposta sulle società è stata ridotta. Il mercato del lavoro è stato riformato, con una riduzione del cuneo fiscale, sgravi per le assunzioni a tempo indeterminato e più flessibilità in entrata e in uscita. Le imprese possono rinunciare al contratto collettivo e introdurre modifiche alle condizioni di lavoro. I salari pubblici sono bloccati da 5 anni. Le procedure fallimentari sono state rese più rapide. Dal 2013 si può costituire una società in 24 ore. Sono state infine realizzate ben 29 operazioni di privatizzazione con ricavi per 32 miliardi. Il risultato è che si prevede una crescita del 3,3% quest’anno e che, per fare l’esempio più evidente, la Spagna, pur in anni di crisi profonda, è diventata silenziosamente il secondo polo produttivo automobilistico d’Europa, dietro la Germania.

Anche l’Irlanda si è sottoposta ad una notevole cura dimagrante che l’ha resa più scattante. Anche qui l’età pensionabile è stata alzata e arriverà gradatamente fino a 68 anni. Il sistema delle indennità di disoccupazione è stato reso più efficiente, così come il reinserimento nel mercato del lavoro. I dipendenti pubblici sono calati da 320mila a 287mila. Vi è stata inoltre una robusta cessione di asset pubblici che ha alleggerito lo Stato ma risollevato le finanze pubbliche. Grazie a forti tagli di spesa e privatizzazioni importanti Dublino, che da Tigre celtica era diventata la Cenerentola d’Europa, ha potuto difendere a denti stretti un sistema fiscale “business friendly”, a cominciare dalla tassa sulle imprese al 12,5%. In questo modo l’Irlanda, come rivelano i dati del Sole 24 ore, è rimasta un polo di attrazione per investimenti e multinazionali, soprattutto di alta tecnologia. Le conseguenze, oltre che sulla crescita, si sono fatte sentire anche sull’occupazione che, dopo aver toccato il 15%, scenderà quest’anno sotto il 10.

E allora? Tutta colpa della Grecia? La Grecia ha sicuramente la grave colpa di non aver messo in campo alcune riforme fondamentali. Ma l’Europa ha la colpa di aver richiesto alla Grecia misure di austerità senza avere un progetto di crescita sul Paese ellenico. Spagna ed Irlanda riescono ad esportare prodotti e ad attirare investimenti, mentre la Grecia, tolto il turismo estivo, non attrae per niente e le sue importazioni sopravanzano di larghissima misura le esportazioni.

Per risollevare le sorti della Grecia sarebbe stato necessario ed è ancora necessario uno sforzo in più. Se ad altri Paesi è bastata una cura dimagrante, alla Grecia non basta bruciare grassi, le serve anche mettere muscoli. Una task force europea potrebbe collaborare con il governo ellenico sulle misure per trasformare la Grecia in un luogo in grado di produrre per esportare ed attrattivo per gli investimenti, soprattutto quelli hi-tech più compatibili con le sue meravigliose risorse ambientali, che attraggono i turisti. E potrebbe favorire la riduzione al minimo della fiscalità sulle imprese che esportano, stimolando, contemporaneamente, in ogni modo, gli investimenti europei. Occorrerebbe un piano ad hoc europeo per la “crescita greca”, non solo per “l’austerità”, su cui far convergere le migliori intelligenze di cui la comunità europea dispone. Un piano che servirebbe anche al Sud d’Italia, rimasto palla al piede della crescita in Italia. Ma l’Europa, finora, su questo, è mancata. Al riempimento di questo vuoto è legato il destino della moneta unica.

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