Martedì 26 Marzo 2019 | 17:56

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di Francesco Costantini
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di FRANCESCO COSTANTINI

L’Estadio Naciónal di Santiago, quello dove Arturo Vidal e la «Roja», hanno festeggiato con i loro tifosi impazziti di felicità per la prima storica vittoria in Copa América e in assoluto nella storia del calcio, non è uno stadio qualunque. L’Estadio Naciónal è stato un mattatoio sudamericano giusto per capirci, un immondo campo di concentramento letteralmente immerso nel sangue.
L’11 settembre del 1973, un giorno evidentemente nefasto per la storia dell’umanità, come dovrebbe essere arcinoto a tutti, le forze armate cilene - con l’appoggio degli Stati Uniti - guidate dal generale Augusto Pinochet, presero il potere con un colpo di stato, deponendo il governo di Unidad Popular di Salvador Allende legittimamente eletto.
La Dina, la polizia segreta cilena, e tutti i corpi militari scatenarono una repressione che definire sanguinosa è poco. Lo stadio venne immediatamente trasformato in un lager nel folle progetto di sterminio di tutte le forze di opposizione al nuovo regime.

Uomini e donne, adulti e ragazzi: bastava un semplice sospetto per finire nei palestroni della morte. Torture ferocissime (si dice che il tremendo «submarino», la testa calata a forza in un recipiente pieno di urina e quant’altro, fiore all’occhiello degli squadroni della morte argentini che sarebbero arrivati a ruota, fu messo a punto lì), migliaia e migliaia di stupri, 150mila arresti in tre anni, migliaia di «desaparecidos», gente lanciata dagli aerei viva e intontita dai sedativi nell’oceano, scomparsi nel nulla. E migliaia di bambini, nati da madri in arresto o semplicemente rapiti, dati in affidamento «nascosto» per sottrarli ai genitori legittimi.
L’inferno sulla terra, questo fu l’Estadio Naciónal. Un copione che si sarebbe orrendamente ripetuto in Argentina.

Ma non è tutto. Pochi mesi dopo Cile e l’allora Unione Sovietica arrivarono a giocarsi uno spareggio per l’ultimo posto disponibile per i Mondiali di Germania 1974, quelli dell’Arancia Meccanica di Crujiff e compagni. In poche ore svuotarono lo stadio, lo ripulirono, lo tinteggiarono a nuovo e lo addobbarono a festa.
La Fifa finse di non sapere cosa fosse in realtà il Naciónal. Ma i sovietici, i russi se volete, non si presentarono: non avevano rapporti politici con il Cile di Pinochet, non lo riconoscevano, e semplicemente non si mossero da Mosca. L’arbitro attese l’ora dell’inizio e fischiò, i giocatori della Roja andarono a segnare un gol simbolico e conquistarono il biglietto per la Germania. L’eroe di quella squadra era il centravanti Carlos Caszely, amico di Allende, dichiaratamente di sinistra. Non volle stringere la mano a Pinochet, le tenne incrociate dietro la schiena e anni dopo, quando venne a giocare in Europa, subì una tremenda vendetta: la Dina sequestrò, torturò e violentò la madre. Ecco, la Copa América che il Cile ha finalmente vinto è un po’ anche la sua e di tutti quelli che semplicemente sparirono nel nulla.

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