Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:11

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Se a Grecia, Italia e Spagna stanno strette le regole Ue

di Michele Partipilo
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Nel gran parlare che si sta facendo della crisi greca l’unico punto di vista è quello economico. Come se le situazioni economiche e i relativi problemi non nascessero da scelte e comportamenti delle persone, ma fossero qualcosa di sovrannaturale. In realtà ci appaiono come sovrannaturali perché si tende a farne qualcosa di ineluttabile. Ciò che forse non è stato sottolineato abbastanza nella crisi greca sono le responsabilità degli stessi greci che in questi anni si sono consentiti un tenore di vita al di sopra delle loro possibilità. Hanno provato anche a rimediare puntando molto sulle Olimpiadi, ma quello è stato forse il colpo di grazia. Non ne hanno ricavato benefici e ora si trovano con un enorme patrimonio di costose strutture sportive in abbandono.

I greci non sono gli unici ad aver fatto il passo più lungo della gamba. Anche noi italiani, al di là delle varie congiunture internazionali, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. E lo stesso è accaduto in Spagna che ha provato a raccontarsi come la terra delle vacanze, dove tutto è bello, costa poco e funziona. A un certo punto anche questa bolla è esplosa e gli iberici si sono accodati a noi italiani e ai greci nell’implorare la clemenza di Bruxelles, chiedendo di allargare i cordoni della borsa. Alla base delle crisi di questi paesi, depurate da tutte le scorie di altro tipo, si può dire che ci sia in definitiva una sostanziale «allergia» al rispetto delle regole.

Perché in fin dei conti di questo si tratta. Dalle piccole amministrazioni pubbliche fino alla gestione dei bilanci familiari non si riesce a stare nelle regole, che pure sono molto semplici: non spendere più di quel che hai e ogni spesa serva a qualcosa e non a qualcuno. In Grecia, come in Italia, come in Spagna, questo non si riesce a fare. Addirittura, è stato necessario inserire nella nostra Costituzione il cosiddetto «pareggio di bilancio», cioè quel che ogni buon padre di famiglia fa d’istinto: non spendere più di quel che possiede. L’Unione europea e la signora Merkel in particolare credevano che con questo vincolo avrebbero frenato le mani bucate delle nostre amministrazioni. Neppure per sogno: il nostro debito pubblico ogni sei mesi segna un nuovo record, alla faccia di ogni pareggio.

Anche in Grecia, nonostante i diktat europei, il debito pubblico è in salita e - stando alle dichiarazioni di ieri del ferreo ministro tedesco Schaeuble - la situazione nelle ultime settimane è «drammaticamente peggiorata». Di fronte a questo viene da chiedersi: c’è una ragione per cui proprio Grecia, Italia e Spagna sono refrattarie al rispetto delle regole? È una forma di anarchia presente nel Dna di questi popoli oppure c’è dell’altro ? Consapevoli dei rischi insiti in letture sommarie, si può provare a indagare circa altre possibili spiegazioni. Una potrebbe essere, per esempio, che in quei paesi che non hanno vissuto la Riforma protestante, l’etica del rigore - come aveva provato a spiegare Max Weber - non è riuscita ad affermarsi. E se in Germania sì vuol dire sì e no vuol dire no, in Grecia, come in Italia e in Spagna dopo il sì o il no segue sempre un «ma». Cioè è sempre possibile una deroga, una scappatoia, un’alternativa.

Se i «Dieci comandamenti» avessero dovuto scriverli gli italiani, i greci o gli spagnoli, ci saremmo trovati di fronte a dieci precetti e diecimila eccezioni allegate. Se in campo culturale questa elasticità di vedute può essere preziosa portando ad allargare gli orizzonti e a moltiplicare gli spazi della creatività, in campo economico non è altrettanto efficace. Anzi, è contro ogni logica economica che è fatta di azioni e reazioni, peggio che in fisica. Se questa spiegazione ha un qualche fondamento, allora occorre interrogarsi sulla possibilità che i tre Paesi pecora nera della Ue possano riuscire a stare all’interno di regole che sono pensate per soggetti che, oltre ad avere risorse diverse, hanno soprattutto un’etica e dunque un agire diversi.

La domanda cui bisogna rispondere è in definitiva questa: regole pensate a Bruxelles possono essere applicate allo stesso modo da Berlino, Atene, Roma e Madrid? È un problema che i Padri dell’Europa, presi dalla forza del sogno di costruire una grande realtà politica ed economica, forse non avevano tenuto in gran considerazione. Il primo segnale d’allarme si è avuto proprio quando ci si è posti il problema delle «radici cristiane» dell’Europa, con la polemica che ne è conseguita. Forse è proprio lì che in maniera evidente si è manifestata una differenza che vale secoli di storia e che non può essere cancellata con un trattato o con una moneta.

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