Mercoledì 27 Marzo 2019 | 04:12

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di GIUSEPPE DE TOMASO
Assodato che le elezioni amministrative sono una cosa e le elezioni politiche un’altra. Assodato che, in tutto il mondo democratico, le elezioni parziali di medio termine quasi mai sorridono al governo in carica. Assodato che nelle elezioni locali si vota per il sindaco e non per il capo del governo nazionale. Assodato che il bilancio di un esecutivo si fa a fine legislatura, non al primo minitest elettorale che capita. Assodato tutto questo, fossimo nei panni di Matteo Renzi qualche preoccupazione cominceremmo ad avvertirla. Non già perché le scosse di domenica - in primis il flop del centrosinistra a Venezia, Arezzo e Matera - potrebbero scuotere i pilastri del governo fino al punto da farlo cadere, quanto perché danno la conferma di una sensazione già provata in occasione delle ultime consultazioni regionali.
 

L a luna di miele tra il Principe fiorentino e la nazione si sta esaurendo o si è esaurita, il Rottamatore rischia di non rappresentare più il valore aggiunto che un anno fa aveva consentito al Pd di sfiorare quota 41 per cento nelle votazioni europee.

Fossimo in Renzi cominceremmo a preoccuparci perché di mini-sconfitte in mini-sconfitte il partito trasversale degli anti-renziani potrebbe riacquistare peso e fiducia, e lo stesso composito esercito del centrodestra potrebbe ringalluzzirsi in attesa di un leader capace di farlo sognare. Ci vuole poco, in politica, a precipitare dall’altare nella polvere. Così come ci vuole poco a disperdere il patrimonio di consensi accumulata in un’avanzata semi-napoleonica.

Fossimo in Renzi cominceremmo a chiederci se, per caso, non abbiamo commesso gli stessi errori dei nostri predecessori Silvio Berlusconi, Mario Monti e Enrico Letta che, per varie combinazioni, possedevano tutti e tre la golden share (azione d’oro) per mettere fuori gioco rivali e avversari, ma che, per negligenze, sottovalutazioni e distrazioni, hanno perso tanto di quel tempo da rendere insignificante anche la più preziosa fra le carte vincenti. Berlusconi, Monti, Letta e per ultimo Renzi hanno dimenticato una lezione tersa come il cielo: chi vuole governare lasciando il segno deve realizzare il cuore del suo programma nei primi due mesi, meglio ancora nel primo mese. Solo in questo periodo, il premier gode della buona predisposizione dei cittadini, dell’attenzione di alleati e oppositori, dei favori della grande informazione. A partire dal terzo mese gli atteggiamenti cambiano e anche la nomina di un postino a Belluno potrebbe provocare qualche fibrillazione nella maggioranza, figuriamoci il varo di riforme da infarto. Invece, quasi tutti i leader si ritengono più furbi del vicino di tavolo, e quasi tutti sono così pieni di autostima da considerare la variabile tempo (non in senso meteorologico) più addomesticabile di una pecora nel gregge. Invece il fattore tempo è più indomabile di un tigrotto asiatico, specie in politica, terreno su cui il tempo ha logorato e sconfitto i più grandi condottieri del passato.

Anche lo spirito più intriso di decisionismo, com’è il caso di Renzi, in Italia non riesce quasi mai a vincere la tentazione del rinvio, inteso sia come linea politica sia come prassi di governo. Renzi potrà obiettare di aver innestato la quinta marcia a proposito della riforma del lavoro. Ma lui per primo converrà di aver giocato alla viva-il-parroco su temi cruciali quali le tasse e l’immigrazione. Temi che monopolizzano specie d’estate i discorsi da bar, le conversazioni a Cortina, le impressioni sui treni e le controstorie in Sicilia. Oggi gli italiani sono due volte insicuri. Sono insicuri per i loro risparmi falcidiati da una tassazione senza freni. E sono insicuri (stavolta a torto) per la concorrenza dei lavoratori stranieri. In ogni caso, il livello d’insicurezza cresce come un neonato, rendendo necessarie risposte cui le istituzioni più autorevoli della Penisola non possono sottrarsi.

Invece Renzi ha dato l’impressione, in proposito, di ispirarsi alla filosofia attendista (mo’ vediamo) dell’ex leader sindacale Franco Marini. Risultato: da fulmine di guerra, da simil-Marchionne approdato in politica, il premier è apparso in alcuni punti come la reincarnazione spiritosa dell’ex doge doroteo Mariano Rumor (1915-1990), la cui parentesi al governo fu caratterizzata dalla sublimazione della sua filosofia correntizia: mi spezzo ma non mi spiego, una variante «nobile» del potere concepito come fine e non come strumento.

Riesce difficile comprendere come mai il velocista Matteo abbia rallentato proprio sui due problemi che più angosciano gli italiani. Riesce difficile comprendere, anche, come mai non abbia approfittato dell’exploit alle europee 2014 per creare le premesse del voto anticipato per le politiche nazionali. In tal caso, corroborato da un trionfo, egli non avrebbe potuto addossare la colpa, delle incertezze governative, a gufi e disfattisti vari. Cogliere l’attimo costituisce la prova più impegnativa anche in politica, non solo nel privato di ogni giorno. E oggi il Royal Baby dà la sensazione d’aver perso l’attimo. Defaillance che in politica è più pericolosa di una battuta d’arresto a Venezia, Arezzo e Matera.

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