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Le chiamano tasse sulla casa. In realtà sono autentiche patrimoniali. Stangate che, oltre a ridurre il valore del bene più prezioso posseduto dagli italiani stanno contribuendo a scoraggiare la cura e la manutenzione degli immobili, con la prospettiva, davvero allarmante, di ritrovarci tra qualche anno anche di fronte a una grave emergenza sicurezza. In questi giorni i contribuenti stanno provvedendo a mettersi in regola con il pagamento di Imu e Tasi. Sembrava che stavolta tutto sarebbe stato più facile, che i cittadini avrebbero saputo con largo anticipo la cifra da pagare nel 2015. Invece, l’unica cosa certa è che la rata di giugno corrisponde alla metà di quanto versato nel 2014, mentre per la rata di dicembre 2015 si dovranno attendere le decisioni che prenderanno i singoli Comuni nelle prossime sessioni di bilancio.

Matteo Renzi si era presentato sul proscenio politico nazionale con il proposito di alleggerire sensibilmente il carico fiscale. Un biglietto da visita che aveva fatto subito colpo anche al di fuori del centrosinistra e che aveva dato il suo aiuto, al sindaco fiorentino, sia durante le primarie del Pd sia in occasione delle elezioni europee dello scorso anno.

Col tempo, però, Renzi ha scolorito il suo manifesto anti-tassaiòlo, concentrandosi soprattutto sulla riforma del lavoro, che resta una materia importante, ma che può fare poco per una ripresa vera e propria quando il livello delle tasse non solo non scende, ma addirittura continua a salire.

Renzi ha avuto a disposizione un bel jolly, da giocare per regalare ai suoi connazionali un sensibile sconto fiscale: far suo il piano di riduzione della spesa pubblica presentato dall’economista Carlo Cottarelli. Nessuno avrebbe accusato l’attuale presidente del Consiglio di aver ispirato i tagli proposti da Cottarelli, dal momento che il super-tecnico era stato ingaggiato dai predecessori di stanza a Palazzo Chigi. Nessuno avrebbe avuto la forza di sostenere che l’elenco degli enti inutili indicati da Cottarelli fosse frutto di un colpo di sole. Insomma, Renzi aveva l’opportunità di proporre uno scambio (meno tasse in cambio di meno spese) che sarebbe piaciuto alla maggioranza dei contribuenti. Invece il premier ha pre-pensionato il bravo Cottarelli inducendolo a ritornare in America e ha derubricato il piano dei tagli a dossier buono per i futuri studiosi dell’Italia 2015.

Ora. Se non si taglia la spesa, le tasse aumentano. Nessun mago riuscirebbe a fare il contrario. Morale: domani e dopodomani gli italiani pagheranno per la casa la metà della somma 2015, ma tra sei mesi la cifrà da versare salirà ancora perché tutto sanno fare i Comuni, quasi tutti, tranne che ridurre le loro costose follie gestionali. E così, di patrimoniali in patrimoniali, la povertà crescerà, fino al punto che ripartirà il tormentone della super-patrimoniale, da applicare, in teoria, ai più ricchi, nel cui elenco, in realtà, figurano soltanto i più onesti.

Pazzesco. Non solo gli italiani devono affrontare la solita gimkana per pagare le tasse sulla casa, ma devono mettere in conto il principio che la quota da pagare non si ferma mai.

Nel 2014, lo Stato incassa, dai balzelli sulla casa, 44 miliardi in più rispetto al 2011. Ma gli effetti a cascata sui portafogli degli italiani sono più dolorosi di uno manrovescio in pieno viso. Il loro patrimonio vale assai di meno, le compravendite si riducono alla metà, le imprese edilizie spariscono a migliaia, gli occupati del settore diminuiscono a centinaia di migliaia.

Ma non basta. Ogni tanto rispunta nella testa di qualche mente mai sazia l’idea di una Local Tax, da sfornare al posto di Imu e Tasi. La premessa è suggestiva: accorpare i tributi per semplificare gli slalom dei contribuenti. La conclusione è beffarda: conti alla mano, l’ammontare conclusivo della Local Tax sarà più pesante del tandem Imu-Tasi. Tanto vale allora non cambiare nulla. Ma non si può. Eppoi. I buchi di bilancio in Italia si coprono solo tassando, non tagliando.

Gli italiani non saranno un esempio di civiche virtù, ma in coincidenza con i pagamenti per la casa testimoniano uno spirito di sopportazione e un senso del dovere quasi sorprendenti se accostati al cliché di menefreghismo endemico (spesso fondato) che accompagna la loro immagine collettiva e individuale. Altrettanto senso dello Stato non lo dimostra lo Stato, che si diverte a complicare la vita dei suoi governati, con dosi di sadismo inconcepibili nell’Europa del Terzo Millennio. Basti pensare alla quota impositiva riservata agli inquilini, modesta nella sua entità dichiarata, ma cospicua nella sua composizione effettiva, perché per sapere quanto dovranno versare alle casse pubbliche, gli affittuari dovranno affidarsi a un commercialista, il cui onorario sarà di sicuro superiore alla tassa da pagare.

Ecco. Renzi avrebbe fatto meglio a concentrarsi sul fattore casa, anziché disperdersi in altri rivoli. Avrebbe ottenuto una spinta più poderosa in direzione della ripresa. Certo, avrebbe dovuto, il premier, sottoscrivere contemporaneamente il piano Cottarelli, che avrebbe dato una mano anche nella lotta alla corruzione. Ma il turbo-premier non ha avuto coraggio. Eppure fino a quando non ridurrà i salassi fiscali, il capo del governo dovrà accontentarsi di una ripresa di più zero virgola qualcosa. Pochino per le ambizioni di Renzi il Magnifico.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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