Domenica 24 Marzo 2019 | 11:49

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di Giuseppe De Tomaso
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Matteo Salvini, da tempo, ha scoperto le carte. Vuole diventare il leader del centrodestra per sfidare Matteo Renzi alle prossime elezioni politiche. Il successore di Umberto Bossi è il primo a sapere che la manovra è più improbabile di un’autorete di Leo Messi in una finale di Champions. Ma, il Matteo leghista, non demorde. Pensa che l’unico schema di gioco in grado di realizzare, per lui, il miracolo (elettorale) si chiami immigrazione. Batti e ribatti sulla linea dura contro i rifugiati, alla fine, ragiona Salvini, qualcosa succederà. Il timore dell’invasione, la paura dello straniero e altro ancora, indurranno gli italiani ad affidarsi all’unica forza politica dichiaratamente ostile agli sbarchi di profughi dall’Africa.

Salvini sta scommettendo tutte le sue carte su questa prospettiva, sperando che la questione immigrati diventi così incandescente da dirottare pacchi di voti sul suo xenofobo Carroccio. Anche Silvio Berlusconi è il primo a sapere che la Lega salviniana non è una forza di governo, non foss’altro perché non è, e forse non sarà mai, una forza politica nazionale. Ma l’ex Cavaliere teme che Salvini possa soffiargli lo scettro di capo del principale partito di centrodestra, decretando in tal modo il definitivo pensionamento del fondatore della coalizione moderata made in Italy. Di qui la decisione ratificata dal neo presidente della Liguria, il fidatissimo Giovanni Toti, di affiancare la Lega lombardo-veneta di Roberto Maroni e Luca Zaia nell’offensiva anti-comunale per fermare l’accoglienza per i migranti. Il che costituisce il primo atto politico di subalternità berlusconiana nei confronti dell’incontrollabile alleato/rivale leghista.

Sia chiaro. I movimenti lepenisti non sono un’esclusiva di Francia e Italia. Sono spuntati in altre comunità europee. E continueranno a spuntare ancora. Ma finora non sono mai riusciti, non diciamo a sfiorare i palazzi del governo, ma neppure ad avvicinarvisi. Segno che una proposta di governo non può consistere ossessivamente sul no ai disperati in cerca di salvezza. Una proposta credibile di governo deve fondarsi su un piano di crescita che parta dalla riforma o da un’idea del sistema economico. Prospettiva, questa, che entusiasma poco o punto lo stato maggiore padano, dal momento che in quasi 30 anni di presenza parlamentare, tutto ha fatto la Lega tranne che battersi per qualche novità liberalizzatrice. Non solo. L’insistenza leghista sul federalismo ha indotto il resto delle forze politiche a giocare d’anticipo, con la conseguenza che nel 2001 il centrosinistra varò la riforma del Titolo Quinto della Costituzione, misura che ha prodotto disastri inenarrabili non soltanto sui conti pubblici. Bossi e soci hanno urlato, come emuli di Tarzan, contro i nemici di «Roma ladrona», ma non hanno pronunciato mezza sillaba contro gli sprechi, le dissipazioni, le corruttele, l’esorbitante spesa pubblica di Regioni, Province e Comuni, che pure hanno dato molto da fare a cronisti giudiziari e magistrati.

Salvini ha afferrato che l’immigrazione è il tema di questi anni, e intende cavalcarlo all’infinito. Tanto, l’incasso elettorale è assicurato. Il bottino delle urne non sarà sufficiente per aprirgli il portone di Palazzo Chigi, ma basterà alla Lega per sedersi a tavola nel salone padronale, e non nella stanzetta della servitù. Ma può un partito politico, che governa importanti regioni, schivare tutte il senso di responsabilità affidatogli dagli elettori? Può ignorare con spregiudicatezza quello che un suo ex leader, ora capo di regione, aveva sostenuto quando ricopriva il ruolo ministeriale sulla sicurezza nazionale? La politica non può ridursi a un’interrotta campagna elettorale, pena la deformazione e banalizzazione di qualsiasi problema. Né la politica può esplicarsi in una gara a chi la spara più grossa nel solleticare gli istinti più irrazionali diffusi nell’opinione pubblica. In questo modo il passaggio dal non voto al non governo è più inevitabile di un temporale estivo.

Evidentemente, fatte le dovute proporzioni e differenziazioni, la restaurazione degli opposti estremismi è una perla (si fa per dire) del paesaggio politico nazionale. Ieri la contesa avveniva tra fascisti e sinistra extraparlamentare. Oggi si verifica tra berlusconiani e anti-berlusconiani, tra filo-immigrati e anti-immigrati, o, immaginiamo per l’immediato futuro, tra renziani e pentastellati, o tra leghisti e grillini.

Intendiamoci. La questione migranti non è uno scherzo. Ma non si può neppure risolvere alla maniera di Salvini, che getta benzina sul fuoco con l’obiettivo di fare il pieno di voti. La questione dei rifugiati è una questione europea, anche se le vergognose truffe romane sugli interventi di accoglienza indeboliscono la linea di Palazzo Chigi tesa a chiamare l’Europa alle proprie responsabilità.

Che dire, allora di Salvini? Che è più spregiudicato di Bossi. La Lega di Salvini aveva archiviato la strategia della secessione in nome della discesa a Sud: da qui la mutazione del suo lessico politico, sempre più orientato a difendere l’Italia nel suo complesso e a non demonizzare il Mezzogiorno. Ma proprio la Lega di Salvini ha intrapreso, sul tema immigrati, un piano di secessione destinato a lacerare ancora quel minino di tessuto unitario nazionale. Cosa non si fa per un voto! Dire e contraddirsi. O meglio: in casa Salvini dire è contraddirsi.

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