Martedì 19 Marzo 2019 | 16:07

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L'ossessione permanente delle regole del gioco

di Giuseppe De Tomaso
L'ossessione permanente delle regole del gioco
L’Italia è ingovernabile non solo perché tutti i governi sono costretti a sopravvivere anziché a vivere, e non solo perché gli italiani sono un frullato di anarchismo e menefreghismo. L’Italia è ingovernabile perché non concede a nessun governo il tempo di dimostrare quello che vuole e sa (o non sa) fare. La causa di questa condotta va individuata, principalmente, in un sistema istituzionale che ha reso, strutturalmente, gli esecutivi più instabili di foglie autunnali spinte dal vento. Ma anche il costume politico, vale a dire il circuito parlamentare-mediatico, incide assai sull’instabilità di chi governa. Se persino un presidente del Consiglio che è anche segretario del partito di maggioranza comincia a traballare dopo un test elettorale parziale, allora significa che la stabilità di governo rimarrà un sogno irrealizzabile per i secoli dei secoli.

Chi scrive non è e non è mai stato tenero nei confronti dell’attuale timoniere di Palazzo Chigi. Ma, oggi come ieri, è davvero singolare chiedere la testa del premier ogni qual volta una votazione territoriale non sfocia in un trionfo dell’establishment in carica. I governi non vanno esaminati e giudicati ogni due mesi in tipi di elezioni che non c’entrano nulla con le politiche. I governi e i loro capi vanno giudicati a fine legislatura, quando l’opinione pubblica può compilare la sua pagella elettorale su quello che è stato fatto o non fatto (da premier e ministri) e su quello che è stato detto o non detto (dai leader dell’opposizione). 

Se, per esempio, Margaret Thatcher (1925-2013) o Francois Mitterrand (1916-1996) si fossero dovuti sùbito inchinare al verdetto (negativo) delle elezioni parziali successive alla loro investitura, avrebbero dovuto interrompere anzitempo la loro carriera per ritirarsi in campagna a meditare sulla fragilità del potere e sull’inutilità di un progetto di lunga prospettiva. Per fortuna loro, lo spirito dei loro connazionali non era così esigente come il senso comune, da Palio di Siena, degli italiani, per i quali anche un’assemblea di condominio comporta una sorta di giudizio (politico) universale. E così i due leader europei hanno potuto lasciare un’impronta della loro azione, facendosi giudicare al termine della loro stagione di governo.

In Italia, invece, tutto è tattica. Non si fa in tempo a varare una riforma elettorale che, un mese dopo, si chiede la riforma della riforma soltanto perché i risultati delle regionali non hanno soddisfatto alcuni partiti artefici del provvedimento. Si dimentica che i nuovi sistemi elettorali non riproducono mai lo status quo elettorale, ma modificano sia l’offerta che la domanda politica. Ma, tant’è.

Il bello, ossia il brutto, è che l’ossessione per le nuove regole del gioco mette in secondo piano i problemi veri che angustiano il Paese. Sembra di vivere su Marte. Da un lato la gente comune è alle prese con una decrescita stanziale, dall’altro la nomenklatura è intenta ad autotutelarsi attraverso norme ad hoc, da aggiornare periodicamente quando avverte rischi di provvisorietà e incertezza.

Ora, sulla base dei numeri delle ultime votazioni regionali, si scopre che anche l’Italicum potrebbe culminare in un pesce d’aprile, in una beffa involontaria per Renzi. Ma qui siamo alla scoperta dell’acqua calda. Uno, perché - come già accennato - tutti i nuovi modelli elettorali non congelano mai lo scenario (preesistente) dei rapporti di forza. Due, perché anche se l’Italicum generasse, ad esempio, un esercito di parlamentari ultrarenziani, nulla garantirebbe la fedeltà assoluta e definitiva degli eletti. Al minino scossone, i più disinvolti farebbero gruppo a sé - incentivati come avviene da decenni grazie ai regolamenti parlamentari che favoriscono la proliferazione di nuovi gruppi - e metterebbero in ambasce anche personaggi più tosti dello Spaccone fiorentino. Ergo: è tempo sprecato concentrarsi nella riforma continua dei sistemi di voto. Un Paese normale si dovrebbe occupare e preoccupare di argomenti più seri. Ma non è il nostro caso.

Nei Paesi normali la relazione fra governo e opposizione funziona a un di presso così. Chi sta al governo si alza ogni mattina con il pensiero rivolto a ciò che farà durante la giornata. Chi sta all’opposizione si alza ogni mattina con il pensiero concentrato su cosa dirà nelle ore successive. Renzi si concentra sia su cosa farà sia su cosa dirà. Ma anche le opposizioni interne ed esterne si concentrano su cosa diranno e su cosa faranno. Il che provoca un corto circuito, una paralisi, un’ulteriore spinta all’irresponsabilità e alla confusione permanente, le cui conseguenze si riverberano sulla vita dei cittadini e delle imprese. Ogni provvedimento nasce in un modo e finisce in un altro. La qual cosa non deve scandalizzare, anzi. Ma non può neppure diventare la regola, visto che solo in Italia ogni riforma contiene già in nuce gli ingredienti di una controriforma, per cui anche la prova del budino (assaggiare prima di giudicare) è destinata a fare flop.

Conclusione. Ogni governo ha il diritto di essere giudicato, dagli elettori, a fine corsa, quando la sua attività di legislatura potrà essere valutata nella sua efficacia o nella sua inefficacia. Ogni opposizione ha il dovere di incalzare, attaccare e controllare il governo, ma sui temi concreti, non - ossessivamente - sulla questione delle regole generali. Pratica, tattica che somiglia a un tic nevrotico, o a una divagazione oziosa rispetto ai problemi assai più gravi che assillano l’intero Stivale.

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