Martedì 26 Marzo 2019 | 23:45

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di Giuseppe De Tomaso
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A leggere certe dichiarazioni sembra che domenica tutti abbiano vinto, ad eccezione di Matteo Renzi. Eppure il presidente del Consiglio si è aggiudicato cinque regioni su sette, tra cui è la popolosa e super-discussa Campania. Eppure solo la spaccatura nel Pd ligure ha impedito al leader nazionale di raggiungere l’obiettivo agognato del 6-1. Nulla da fare. Da ieri Renzi è il bersaglio privilegiato del fuoco incrociato di oppositori interni e di avversari esterni. I renzologi più accreditati scommettono su un nuovo scatto del Rottamatore, condannato a pedalare più velocemente di un ciclista, perché stare fermi sulla bicicletta equivale a cadere facendosi del male.

Ma in quale direzione punterà la controffensiva renziana? Il presidente del Consiglio si trova di fronte a un bivio. Se riapre a destra, per svuotare il serbatoio dei voti berlusconiani, rischia di ritrovarsi con una scissione a sinistra che, di questi tempi, per lui, non è un evento da auspicare. Se si butta a sinistra, come si diceva un tempo, egli rischia di stravolgere la sua immagine di personaggio pragmatico e post-ideologico. Operazione, quest’ipotetica apertura a sinistra, che probabilmente gli riuscirebbe male, visto che verrebbe dettata da un calcolo tattico, non già da una strategia sentita e condivisa.

La verità è che la frenata renziana alle regionali rischia di portare alla luce il vero tallone d’Achille del premier-leader: il mancato controllo dei gruppi parlamentari e degli apparati locali del Pd. Fino a quando gli exploit elettorali si susseguono come ciliegie, nulla quaestio . La dissidenza-dissidenza non oltrepasserà mai le colonne d’Ercole di un Pippo Civati. Ma non appena la gioiosa macchina da guerra del capo comincia a dare segnali di stanchezza, allora sì che cominciano i dolori. Le cifre elettorali vengono radiografate impietosamente. Le vittorie vengono oscurate, le sconfitte illuminate. Fino al punto da rimettere in discussione la stessa autorevolezza di una leadership legittimata, fino a prova contraria, da un successone alle primarie e da un trionfo alle consultazioni europee.

Renzi rischia di essere vittima del suo fantasmagorico 40,8% raccolto alle europee. E siccome il bis di quel trionfo rischia di rivelarsi più fantapolitico di un congresso d’amore tra Rosy Bindi e Vincenzo De Luca, ogni nuova verifica elettorale, per il premier, sarà un mezzo calvario perché qualunque risultato inferiore al 40% verrà giudicato e archiviato come una inequivocabile sconfitta del Royal Baby fiorentino.

Ma anche Renzi ci ha messo del suo per farsi del male. Era necessario arruolare una candidata divisiva in Liguria, mettendo a repentaglio, com’è avvenuto, l’unità del suo partito? Era necessario ignorare il candidato governatore pugliese, con la conseguenza che il trionfo di quest’ultimo è apparso come un colpo di piccone alla monarchia del mega-segretario? Era necessario candidare il salernitano De Luca che, pur essendo un pozzo di voti, presentava le note controindicazioni di incandidabilità, e di inagibilità post-elettorale? Tutte mosse che hanno esacerbato gli animi nel Pd, con la conseguenza di provocare più di un buco nella rete elettorale del Pd.

Fosse per lui, Renzi farebbe piazza pulita dei suoi contestatori domestici. Ma oggi il Bimbo non si può consentire quel repulisti che avrebbe potuto permettersi lo scorso anno all’indomani delle europee, quando persino la gelida Angela Merkel non rimase insensibile alla prestazione straordinaria del suo collega italiano. Piuttosto, Renzi dovrà rituffarsi nell’attività di governo, con la speranza di mettere il turbo alle riforme da lui annunciate. Ma, ecco il punto cruciale, la sinistra del Pd non starà a guardare, non lo lascerà lavorare, soprattutto sulla riforma del Senato. Infatti. Un Renzi impotente, un Renzi immobile in mezzo al guado, si rivelerebbe il principale spot contro se stesso e il suo governo. La linea del «tirare a campare» era congeniale alla gens andreottiana, di sicuro non è funzionale ai disegni e alla carriera della gens renziana, a partire dal suo capostipite.

È una corsa contro il tempo, quella di Renzi. Lui vuole disegnare i suoi poteri sulla falsariga dei poteri attribuiti ai presidenti regionali. Tutti gli altri, dentro e fuori il Pd, vogliono contrastare e contrasteranno con maggiore tenacia questo disegno in nome dei contrappesi fondamentali in ogni democrazia. Solo che, come rileva il costituzionalista Augusto Barbera, il problema italico non consiste nei contrappesi in pericolo, ma nei pesi che non ci sono. Ma questo è un altro discorso.

Un fatto è certo. La frase della Buonanima «chi si ferma è perduto» si adatta al futuro di Renzi come un tailleur di Armani al fisico di Sophia Loren. Come un Forrest Gump più sveglio, il primatista di Firenze (il più giovane presidente del Consiglio nella storia post-unitaria) ha il dovere di correre senza fermarsi, pena la sua quarantena politica. Correre senza fermarsi. Sì, ma dove. A destra o a sinistra?

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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