Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:14

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Le ragioni di un voto non soltanto regionale

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di GIUSEPPE DE TOMASO

Le elezioni regionali, di solito, non portano bene ai governi e alle leadership nazionali in carica. Massimo D’Alema lasciò lo scettro di Palazzo Chigi dopo il voto del 2000, che vide il centrodestra prevalere, contro i pronostici, in otto regioni su quindici. Decisiva, in particolare, fu la sconfitta del centrosinistra nel Lazio. Walter Veltroni mollò la guida del Partito democratico all’in - domani della battuta d’arresto nelle votazioni (17 febbraio 2009) in Sardegna. Anche all’estero, i test elettorali amministrativi e regionali spesso deludono le attese di chi è al timone del Paese, ma quasi mai questi risultati parziali sfociano nello sfratto di chi è uscito malconcio nelle consultazioni generali. Ma l’Italia è l’Italia, una nazione sui generis, in cui basta una foto (ad esempio Matteo Renzi ritratto con Sergio Marchionne e John Elkann sulla jeep a Melfi) per ipotizzare nuovi scenari politici, inedite alleanze trasversali e via fantasticando. A volte basta un minitest cittadino per innescare reazioni a catena a livello nazionale, per avviare processi micidiali contro i perdenti e per tributare onori faraonici ai vincenti.

Ma, dicevamo, l’Italia è l’Italia. Anche l’animo più distaccato dalle vicende politiche vede in ogni verifica elettorale, anche la più marginale, un esame fondamentale per l’establishment al potere. Figuriamoci quando la verifica in atto riguarda sette Regioni, com’è il caso odierno. Si vota per le Regioni, ma i commenti di stasera e domani si concentreranno sul titolare di Palazzo Chigi. Si discuterà più dell’eventuale sconfitta, pareggio o vittoria di Renzi che dei risultati ottenuti dai singoli candidati al governo dei sette staterelli italici. Sulle prime, il presidente del Consiglio ha cercato di mantenersi defilato rispetto alla contesa regionale. Poi ha dovuto riconoscere che non poteva limitarsi a svolgere la parte dello spettatore. Qualcuno gli avrebbe fatto sùbito notare che se il capo del governo aveva, giustamente, messo la bandiera sull’exploit del Pd alle europee dello scorso anno, ora non poteva estraniarsi dalla gara solo perché le previsioni, per le regionali, si preannunciavano un po’ meno entusiasmanti del 41 per cento sfiorato nel voto europeo. Cosicché Renzi, tra un vertice internazionale e un altro, ha trovato il tempo di fare campagna elettorale (fatta eccezione per la Puglia) a beneficio dei suoi aspiranti «governatori».

A differenza dei predecessori che rischiavano il posto in caso di insuccesso, Renzi potrebbe consentirsi un mezzo passo falso perché gode di una condizione sconosciuta ai suoi colleghi del passato: il doppio incarico di capo del governo e capo del partito di maggioranza. Una protezione più efficace di un bunker blindato. Ma è indubbio che un esito non esaltante della partita potrebbe creargli qualche crepa, soprattutto in casa sua, dove l’op - posizione interna potrebbe riprendere fiato dopo il blitz del Rottamatore su riforma elettorale e riforma della scuola. Un voto così così alle regionali comprometterebbe quella spinta propulsiva di cui Renzi porta vanto e creerebbe le premesse per un infarto della legislatura in corso. Purtroppo, fra il bilancio del premier da mettere ai voti, la questione dei candidati più o meno impresentabili, la mediatizzazione della campagna elettorale, si è parlato poco dei temi concreti delle popolazioni chiamate a scegliere le prossime nomenklature regionali. Solo negli ultimi giorni si è affrontato qualche problema, ma in modo sporadico e frammentario.

Il grosso dei pugliesi, ma il discorso vale per le altre realtà chiamate alle urne, ignora la sostanza dei programmi di candidati, partiti e coalizioni. Anche perché gli stessi candidati, non tutti per fortuna, non li presentano o li ignorano essi stessi, preferendo tuffarsi nel mare del politichese e del luogocomunismo nazionali. Tutti promettono meraviglie. Tutti assicurano discontinuità, quasi che la discontinuità fosse un’automatica garanzia di buongoverno. Molti hanno addirittura riscoperto la prospettiva del «nuovo modello di sviluppo», frase super-gettonata negli anni Settanta, anche se nessuno sapeva spiegarla in dettaglio. Quasi tutti si attribuiscono poteri salvifici, quasi che la crisi economica possa risolversi solo con le buone intenzioni dei governi. Se poi si chiede a molta gente in lista quali settori industriali vorrebbe sostenere, quali infrastrutture promuovere, che tipo di ricerca finanziare, quali enti inutili tagliare, quali imposte ridurre, quali spese potare, beh allora rispunta immancabile il solito bla bla. Il che porta munizioni all’arsenale di chi ha perso ogni speranza sull’efficacia del regionalismo tricolore, salutato agli albori (1970) come la riforma che avrebbe sburocratizzato il rapporto fra cittadini e uffici pubblici, ma giudicato oggi come la riforma che ha complicato, anche economicamente, la vita degli italiani. Tanto che persino un presidente regionale in carica, che si ricandida, auspica la soppressione dei venti mini-stati della Penisola. Oggi si elegge una classe dirigente che incide sui portafogli di ciascuno più di quanto incide la classe dirigente nazionale.

Bisogna sforzarsi di scegliere il meglio o il meno peggio, anche se la tentazione astensionistica tende a salire di anno in anno. Ma il non voto, pur costituendo una scelta legittima e comprensibile, di solito fa felici gli spregiudicati, la Razza Predona, quelli che il voto non hanno bisogno di guadagnarselo con merito. Lo comprano e basta.

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