Martedì 26 Marzo 2019 | 00:47

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È dall’Unità nazionale (1861) che l’Italia va alla disperata ricerca di una classe dirigente desiderosa di mettere l’interesse generale in cima ai suoi propositi. La buonanima di Guido Carli (1914-1993), governatore della Banca d’Italia e ministro dell’economia, uomo assai attento alla questione delle èlites , colse in due soli periodi storici (1861-1876 e 1950-1963) la volontà della politica di esprimere una classe dirigente degna di questo nome. Per il resto, annotava sfiduciato Carli, solo trasformismi, opportunismi, tatticismi e personalismi. Per non parlare, aggiungeva, della voglia matta dei partiti di comprimere i margini di autonomia di istituzioni indipendenti come la Banca d’Italia.

Che la questione della classe dirigente avrebbe costituito il punto dolente dell’Italia riunificata, lo avvertirono tutti i principali protagonisti del Risorgimento. Giuseppe Mazzini (1805-1872), ad esempio, che pure non era tenero nei confronti della monarchia, temeva come la peste la proliferazione delle nomenklature politiche, anche o soprattutto se si fossero imposti modelli collettivistici come quelli vagheggiati da Karl Marx (1818-1883), sistemi che - prevedeva il Nostro - concentrando tutto il potere nelle mani dei rivoluzionari di professione avrebbero generato «caste» di privilegiati pronti ovviamente a guardare la popolazione dall’alto in basso.

Gli intellettuali come Vincenzo Gioberti (1801-1852) auspicavano l’avvento di un’«aristocrazia civile» in grado di subentrare all’«aristocrazia feudale». Di fatto, una chiamata di responsabilità alla nascente borghesia italica, l’unica classe che avrebbe dovuto e potuto battersi per l’interesse generale. Altri illuminati, come Massimo D’Azeglio (1798-1866), pur appartenendo, per origini, all’aristocrazia ereditaria, non facevano mistero di volersi trasformare in avvocati del patriziato civile. Ma il loro auspicio non fu raccolto e condiviso da molti. Rimase sempre minoritario. Tanto che il problema della formazone delle classi dirigenti impegnerà il meglio dell’intellettualità nazionale per tutti i decenni successivi. Il filosofo Benedetto Croce (1866-1952) non assegnerà un connotato economico alla borghesia, ma un sostrato etico-politico: una «classe non classe» non concentrata nel perseguimento del proprio particolare.

Ma l’idea di Croce di borghesia intesa come «classe generale» rimarrà una pia aspirazione. Fatta eccezione per i brevi periodi indicati da Carli, la borghesia italiana non solo rinuncerà al compito assegnatogli dal top dell’intelligencjia nazionale, ma presto accetterà la condizione di frangia politico-dipendente, cioè di classe subalterna, e funzionale, alla partitocrazia dilagante. Cosicché la questione della classe dirigente si presenterà spesso in forme addirittura più gravi rispetto al 1861.

Oggi è pressoché impossibile individuare una fetta di società sensibile all’interesse generale. Tutti contro tutti. Ciascuno per se stesso. L’istituzione delle Regioni, anziché agevolare la formazione di élites locali responsabili, ha favorito arruolamenti verso il basso, specie da quando gli stessi partiti, entrati in crisi e mai ripresisi, hanno smesso di svolgere una sia pure parziale opera di selezione etico-meritocratica. Una volta, era sufficiente un’ombra, non solo giudiziaria, su una persona, che il partito di appartenenza e, a volte, il diretto interessato, provvedevano immediatamente a congelare qualsiasi ipotesi di candidatura. Beninteso. Non erano rose e fiori anche allora, ma quanti ministri, quanti assessori, quanti semplici consiglieri si sono messi in quarantena in attesa che si facesse chiarezza sulla loro situazione giudiziaria.

Croce auspicava una tensione «etico-politica» nella classe che avrebbe dovuto prendere le redini della nazione. Non solo quella tensione si è palesata, a tratti, solo in dimensioni microscopiche. Ma la degenerazione morale e l’andazzo gestionale hanno via via raggiunto livelli parossistici, tanto che ogni organo, ogni consesso istituzionale appare peggiore, sul piano della qualità, di quello precedente. E né s’intravvedono spiragli di speranza, dal momento che le stesse riforme delle regole del gioco vanno in direzione opposta a quella necessaria. Dice nulla il fatto, ad esempio, che solo in Grecia e in Italia, la classe politica viene scelta con il voto di preferenza, il modello ideale per la commercializzazione del consenso? E pensare che l’economista Nino Andreatta (1928-2007) era solito sottolineare come le nazioni alle prese col modello proporzionale e con il voto di preferenza avessero un debito pubblico di gran lunga più mostruoso rispetto alle altre nazioni. Nulla da fare. La selezione della classe dirigente è affidata all’economia dello scambio (voti in cambio di soldi e favori), non alla preparazione dei candidati, o alla bontà e fattibilità delle proposte in campo.

Di male in peggio, dunque. Forse sarà il deficit etico-professionaledelle classi dirigenti, più dello stesso debito pubblico, a mettere l’Italia in una situazione simile allo scenario greco. Anche in Grecia, una classe dirigente irresponsabile ha giocato col fuoco sperando che i soldi degli altri avrebbero coperto le sue voragini. Ma i soldi degli altri, in patria o oltre frontiera, prima o poi finiscono. Concetto che solo una classe dirigente davvero responsabile sa fare proprio. Incrociamo le dita.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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