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Renzi è liberista o statalista? È il dilemma più dibattuto negli ultimi giorni. Per la sinistra-sinistra il presidente del Consiglio è una sorta di clone di Ronald Reagan (1911-2204). Per gli analisti di cultura liberale, invece, Renzi è uno statalista a 18 carati. Scrive Franco Debenedetti, presidente dell’Istituto Bruno Leoni: «Il premier incita ad aprire le aziende, ma non ha il coraggio di vendere la residua partecipazione statale in Enel». Anche Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni, nutre più di un dubbio sul tasso di liberismo attribuito al presidente del Consiglio, cui consiglia meno imprevidibilità di iniziative e più stabilità di propositi.

Renzi si è laureato con una tesi su Giorgio La Pira (1904-1977), il sindaco «santo» di Firenze. Ecco. Tutto era La Pira tranne che un liberista. Anzi. La Pira, insieme con il suo amico Amintore Fanfani (1908-1999), era uno statalista convinto. Un giorno riuscì a convincere un altro suo amico, Enrico Mattei (1906-1962), presidente dell’Eni, anch’egli statalista, a rilevare la Pignone, che versava in uno stato comatoso. Mattei cercò di resistere finché poté, perché giudicava impossibile la resurrezione produttiva dell’azienda. Alla fine si arrese a La Pira, e rilevò lo stabilimento che, tra la sorpresa generale, realizzò il miracolo di tornare a produrre utili.

La Pira, in quella Democrazia cristiana, rappresentava il contraltare di don Luigi Sturzo (1871-1959) che, specie dopo l’esilio negli Stati Uniti, sposò senza se e senza ma la causa del liberismo economico, fino al punto di contrastare qualsiasi intervento pubblico in economia: a partire dal campo energetico (contro la politica espansionistica dell’Eni) per finire al terreno culturale (ad esempio, contro gli aiuti statali alla Scala di Milano). Dunque, per vocazione e per studi, Renzi non può ritenersi un liberista. Se ogni tanto indulge in politiche sbrigativamente definite mercatistiche, lo fa principalmente per un calcolo elettorale: poter sfondare politicamente al centro o addirittura a destra, senza stracciare l’album di famiglia, rigorosamente di sinistra, in materia economica. Per semplificare. In politica Renzi può consentirsi fughe a destra, in un prato poco presidiato da leadership incisive. In economia, invece, Renzi preferisce non distaccarsi dal solco lapiriano, anche se la sinistra interna Pd e i sindacati gli rinfacciano la riforma del lavoro che, a loro dire, sarebbe una misura decisamente destrorsa. Ma Renzi ha buon gioco nel ribattere che provvedimenti analoghi al suo vituperato jobs act hanno visto la luce negli anni scorsi in nazioni europee governate dai socialisti. Dove sarebbe, perciò, la sua eresia nei confronti della tradizione social-riformista? Anzi, proprio il distacco dal gradualismo socialdemocratico e il ritorno verso forme di massimalismo culturale avrebbero provocato - secondo Renzi - il flop di proposte di governo tipo quella dei laburisti inglesi, nettamente battuti dal conservatore David Cameron.

In effetti, se Renzi fosse un liberista alla Cameron avrebbe dovuto ridurre le tasse anziché aumentare la spesa pubblica. Il che non è avvenuto. Se davvero Renzi fosse un liberista come il suo equipollente inglese avrebbe dovuto tagliare l’occupazione negli apparati pubblici (come ha fatto Cameron) per cercare un saldo positivo, nel rapporto tra nuovi impieghi e vecchi impieghi, nella ripresa degli investimenti privati.

Se proprio dobbiamo attribuire un punto di riferimento politico-culturale al Rottamatore fiorentino, il nome naturale rimane - lo scrivemmo già quando il Baby Royal s’insediò a Palazzo Chigi - quello di Fanfani, pure lui sedotto dal verbo di La Pira, e pure lui scatenato come un motorino quando dirigeva la squadra di governo e l’orchestra dello scudocrociato. Anche Fanfani faceva la spola tra destra (diritti civili) e sinistra (protagonismo dello Stato in economia), spiazzando persino i suoi colonnelli più fedeli. Con Aldo Moro (1916-1978) fu l’artefice del centrosinistra. Il primo governo Fanfani, a detta di Fausto Bertinotti, sarà il più di sinistra mai apparso in Italia. Salvo diventare, Fanfani, con la crociata anti-aborto, il più integralista e il più contestato (addirittura di filofascismo) tra i leader democristiani in circolazione.

Diversa, per non dire opposta, la figura di Moro. Lo statista pugliese era il più audace di tutti sul piano delle alleanze politiche, anche perché coltivava un obiettivo chiaro: l’approdo a una democrazia matura, fondata sull’alternanza tra schieramenti che si sarebbero legittimati a vicenda. Assai più prudente era invece (Moro) sul versante economico, tanto che la definizione più ricorrente nei suoi confronti era quella di «conservatore», di leader refrattario a tutte le riforme intrise di demagogia e di gravosi oneri per lo Stato. Un conservatore illuminato, ma pur sempre un conservatore.

Conclusione. Renzi ama giocare a tutto campo, ma sarebbe da ardimentosi collocarlo tra gli aedi del liberismo. Tutt’al più il premier è liberista a parole, ma interventista nei fatti.

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