Giovedì 21 Marzo 2019 | 06:46

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Ecco l'Expo: da San Pietro all'albero della Vita

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di MICHELE PARTIPILO

Nel 1506 iniziarono i lavori per la costruzione della Basilica di san Pietro: papa Giulio II aveva chiamato a Roma il grande architetto Donato «Donnino», meglio noto come Bramante. Per poter eseguire il suo grandioso progetto fu necessario demolire quasi tutta la vecchia basilica scatenando polemiche a non finire. Tanto che Bramante fu soprannominato «maestro ruinante». Sono passati 500 anni dal quel momento e oggi vediamo quale immenso tesoro - al di là del valore spirituale - rappresenti la Basilica di San Pietro e le meraviglie che contiene. Ecco, noi italiani siamo fatti così: abbiamo la capacità di tenere lo sguardo al cielo per farci ispirare capolavori assoluti, ma spesso non riusciamo a vedere oltre la punta delle scarpe. Ci facciamo prendere dallo spirito del non fare e del non far fare.

L’altro giorno s’è aperta l’esposizione internazionale di Milano, voluta e pensata in un tempo che sembra lontano un secolo. A vedere l’ex sindaco Letizia Moratti o l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi tra gli ospiti d’onore sembrava di sfogliare un libro di storia. E invece sono stati loro a dare il la a questa sfida poi portata a compimento grazie all’ostinazione di Napolitano e di Renzi. Per arrivare alla fatidica data del 1° Maggio sono state superate polemiche e scandali che certo non sono finiti. Anzi continuano, come dimostra il dopo incidenti dei black bloc.

C’è però un fatto - e su questo ha ragione il presidente del Consiglio - ed è che l’Expo è una realtà ed è una realtà che può rappresentare molto per la ripresa dell’economia italiana. Perché oggi molto più che nelle edizioni passate l’Esposizione universale è un’operazione d’immagine, un gigantesco spot pubblicitario. Nella società contemporanea sempre più dematerializzata, operazioni di questo tipo giocano un ruolo decisivo.
Se la Torre Eiffel, costruita per l’Esposizione del 1889, è diventata nel corso degli anni il simbolo stesso della Francia, da oggi in poi l’Italia nel mondo sarà rappresentata dall’Albero della vita che domina l’Expo milanese. Perché la comunicazione di fine Ottocento ragionava in termini di settimane e di mesi, quella di oggi poggia sui nanosecondi. Nel primo giorno di apertura ci sono stati circa 200mila visitatori e altri 220mila ieri: se ciascuno avrà inviato anche solo 10 selfie, o tweet o messaggi vari, saranno oltre 4 milioni di comunicazioni. Che si moltiplicheranno a loro volta attraverso i «mi piace» e le varie riproposizioni.

L’Expo e i suoi simboli, per questo e al di là di ogni polemica, diventeranno virali, come s’usa dire oggi. Nel giro di qualche settimana si troveranno immagini sul telefonino di qualsiasi abitante della Terra. Poi, potrà accadere di tutto: che non funzionino i collegamenti, che venga giù un cornicione montato in fretta, che i controlli all’ingresso diventino più asfissianti. Tutto quello che si vuole: ma la comunicazione e dunque la voglia di esserci non si fermeranno. Ha ragione quindi l’ex presidente Napolitano quando bacchetta chi esagera le cronache sugli incidenti provocati dai black bloc. Ci sono stati, sono stati gravi, anche se arginati nella maniera più indolore possibile da una Polizia ancora scossa dalla condanna subita per i fatti di Genova, ma non sono l’evento.

L’evento è l’Esposizione e non per se stessa ma per il prodigioso meccanismo moltiplicatore che contiene. Ed è questa la molla che potrebbe rimettere in moto per davvero la nostra economia, molto più delle politiche degli annunci cui siamo abituati. Una ripresa reale e tangibile. Poi ci saranno pure i black bloc, le auto incendiate e le vetrine danneggiate. Ma questi sono episodi collaterali, dei quali è tempo che se ne occupi l’intera Europa e non il singolo paese che si trova a ospitare un qualsiasi evento. Del resto deve pur esserci qualcuno che a livello europeo organizza e arma questi vandali, non è possibile che possano così «spontaneamente» muoversi e attrezzarsi, mettendo in atto strategie da guerriglia. Come è successo a Milano l’altro ieri e a Francoforte o Bruxelles qualche settimana fa.
L’Expo c’è, l’avremo per sei mesi. Dobbiamo solo riuscire a sfruttarlo, sperando che diventi un’altra Basilica di San Pietro.

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