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Un paese senza torture

di Sergio Lorusso
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di Sergio Lorusso

Nonostante l’eccesso di penalizzazione che contraddistingue il nostro ordinamento, nel quale ad ogni piè sospinto nasce o si propone una nuova fattispecie di reato, l’Italia continua a non prevedere il delitto di tortura, che pure l’adesione a Convenzioni internazionali come quella adottata dal’ONU nel 1984, e ratificata dal nostro Paese, imporrerebbe.

Nonostante l’eccesso di penalizzazione che contraddistingue il nostro ordinamento, nel quale ad ogni piè sospinto nasce o si propone una nuova fattispecie di reato – spesso sull’onda emotiva di fatti di cronaca di particolare clamore – non sempre necessaria, l’Italia continua a non prevedere il delitto di tortura, che pure l’adesione a Convenzioni internazionali come quella adottata dal’ONU nel 1984 (Convention against Torture and Other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment or Punishment) e ratificata dal nostro Paese imporrerebbe.

A smuovere le acque giunge la sentenza di ieri della Corte europea dei diritti dell’uomo, relativa ai noti fatti della scuola Diaz del 21 luglio 2001 accaduti alla vigilia del G8 in programma quell’anno a Genova e nata dal ricorso individuale presentato da uno dei manifestanti: secondo i giudici di Strasburgo, difatti, i comportamenti addebitati alle forze dell’ordine nel corso dell’irruzione – formalmente una perquisizione – all’interno dell’edificio che ospitava un gruppo di novantatré appartenenti al Genoa Social Forum devono essere qualificati, per le loro modalità, come tortura.

Si tratta di una pagina oscura della recente storia italiana che portò al ferimento di sessantuno persone sostanzialmente inermi da parte di un numero imprecisato di poliziotti e a un controverso processo in cui furono coinvolti decine di appartenenti alle forze dell’ordine insieme ai loro vertici, in buona parte falcidiato dalla scure della prescrizione. Una scena da «macelleria messicana» quella che si presento agli occhi dei primi soccorritori, secondo le dichiarazioni choc rese nel corso del dibattimento dal vicequestore Michelangelo Fournier che durante le indagini – sono le sue parole – non ebbe «il coraggio di rivelare un comportamento così grave da parte dei poliziotti per spirito di appartenenza».decisioneUn episodio che «ha gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero» (Corte di Cassazione, sentenza n. 38085 del 5 luglio 2012), che ha ispirato un film crudo quanto efficace – l’icastico Diaz – Don’t Clean Up This Blood diretto da Daniele Vicari e coprodotto dalla Fandango, presentato in anteprima nazionale proprio qui a Bari il 24 marzo 2012, quale evento di apertura del BIF&ST – e che oggi rivive grazie alla severa pronuncia della CEDU.

La parte più importante della decisione sta nella rilevata violazione dell’art. 3 della Convenzione europea, che impone il divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti: tenuto conto della gravità dei fatti avvenuti all’interno della scuola Diaz, afferma la Corte europea, «la risposta delle autorità italiane è stata inadeguata», anche perché il nostro ordinamento non prevede il reato di tortura come fattispecie ad hoc. La sua introduzione diviene pertanto un atto di civiltà improcrastinabile e a tal fine occorrerà sciogliere quell’impasse parlamentare verificatosi da tempo ormai (sono ben sei i disegni di legge pendenti).

Al di là delle scelte che verranno in concreto operate i fatti di Genova confermano l’inidoneità delle norme vigenti, in quanto le imputazioni di percosse, lesioni personali, violenza privata e abuso di autorità contro persone arrestate o detenute si traducono in pene lievi dalla scarsa efficacia deterrente, perché anche se irrogate eludibili grazie a meccanismi quali la sospensione condizionale o l’affidamento in prova ai servizi sociali; perché riguardano in alcuni casi reati perseguibili a querela, traducendosi in un’ulteriore afflizione per la vittima che si trova a costretta a scegliere tra la denuncia dei comportamenti illeciti, con il conseguente pericolo di ritorsioni, e un angosciante silenzio; ma, soprattutto, perché tali comportamenti – in un sistema giudiziario che della durata irragionevole dei processi ha fatto la sua poco edificante bandiera – finiscono per essere di fatto depenalizzati in ragione del trascorrere del tempo e del conseguente maturare della prescrizione.

Sarebbe bello poter affermare la superfluità di una simile incriminazione ma la tortura, purtroppo, è un male difficilmente eliminabile anche nei Paesi occidentali più progrediti, una conseguenza distorta ma talora inevitabile dell’eterno scontro tra autorità e libertà, tra potere e cittadino. Ed episodi come quelli accaduti a Genova in occasione del G8 del 2001, definiti da Amnesty International «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale», ne costituiscono la triste conferma.

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