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Visto che dovremmo sparare sui barconi dei migranti che vengono a rubarci il lavoro - è il «nobile» pensiero di Matteo Salvini - suona strano il gran rifiuto di quelle centinaia di giovani, alcuni di origine pugliese, che un lavoro l’avevano trovato, all’Expo milanese, e poi ci hanno ripensato.

Otto su dieci, fra gli oltre seicento già selezionati, hanno respinto un contratto di apprendistato già in tasca e non si sono neppure degnati, com’è noto, di comunicare il dietrofront con una mail alla società che li aveva ingaggiati.

Un «no» immotivato a 1300-1500 euro al mese, festivi e notturni regolarmente compresi, sia pure soltanto per i sei mesi dell’esposizione. Troppo pochi, forse, o troppo impegnativi, essendo richieste prestazioni costanti anche il sabato e la domenica? Strano punto di vista, il loro.

Possiamo dire, provocatoriamente, che forse tra quegli egiziani morti nel Canale di Sicilia per raggiungere il «Paradiso dell’Europa dei diritti umani», qualcuno, giovane o meno giovane, avrebbe potuto e voluto accettare quel lavoro, e fatto di tutto per conservarlo?

È il caso di ricordare che in Puglia e in Basilicata sono occupati migliaia di albanesi nelle campagne, e migliaia di russe, ucraine, polacche. giorgiane e di altre nazionalità badanti nelle case dei nostri anziani genitori. Tutta gente che fa per campare ciò che noi figli di mamma e papà, evitiamo accuratamente. Persone senza la puzza al naso (per un totale nazionale ormai pari a circa il 10 per cento della popolazione) le quali versano regolarmente contributi previdenziali e tengono in piedi la baracca dell’Inps.

Scusate la banalità della domanda, da sempre rituale, di generazione in generazione: ma cosa vogliono questi ragazzi?

Premesso che il loro numero scema rapidamente, dato il crollo delle nascite, come mai i giovani appaiono succubi di una società guidata da una lobby di anziani coccolata dai politici in cerca di voti? Come possono accettare d’essere cittadini di serie B?

Nel mercato del lavoro, come nel sistema previdenziale, i politici hanno tirato una linea. Chi sta da una parte ha tutto, chi dall’altra parte della linea niente.

L’articolo 18, garanzia perenne di occupazione, vale per chi un contratto a tempo pieno ce l’ha. A chi lo ottiene oggi nulla, al massimo un’indennità, in caso di licenziamento.

Chi è andato o va in pensione ora, ottiene assegni in buona parte commisurati alle ultime migliori retribuzioni, chi oggi ha trent’anni la pensione forse non la vedrà mai o la percepirà decurtata, e in larga misura, in rapporto a quella dei suoi genitori.

Espatriare è diventato per molti ragazzi il nuovo Eldorado. Molti, specie i più talentuosi, lasciano l’Italia in cerca di fortuna e la trovano, prima ancora di scrutare il futuro nel recinto domestico. Eppure non mancano coloro che ritornano delusi.

Ecco, il rifiuto di quei 1.500 euro al mese, sabato e domeniche compresi, può essere interpretato quale ribellione giovanile dell’ultimo minuto allo status quo. Come dire io non mi accontento delle briciole, quando agli altri non manca niente. Ma può essere, e forse è proprio questa la chiave del «mistero», l’ennesimo segnale dell’Italia mammona ormai incapace di accettare ogni minimo sacrificio. Chi della lobby-anziani, così tanto protettiva verso i suoi figli, ha davvero insegnato loro la cultura del lavoro?

Probabilmente la verità è meno invisibile di quanto s’immagini. Molti giovani possono consentirsi di prolungare lo status di bamboccioni perché iper-viziati da genitori che, grazie a entrate in nero e a marchingegni vari, sono riusciti a farsi una rendita e un reddito che non risultano dalle dichiarazioni dei redditi. Il sommerso in Italia non conosce confini. Gli stessi lavoratori dipendenti, che spesso ricordano di essere gli unici in regola con il fisco, dimenticano che parecchi fra loro svolgono un secondo e un terzo lavoro, tutto esentasse. Il che rimpingua assai il salvadanaio di famiglia, oltre che consentire ai rampolli di trascorrere un’esistenza comoda, se non agiata.

Ci sono dunque diverse spiegazioni dietro il diniego dei giovani a qualche offerta di lavoro. La principale deriva dalla condizione patrimoniale e lavorativa delle loro famiglie. Condizione il più delle volte decorosa, se non eccellente. Premessa corriva per rifiutare il dovere del lavoro sperando che un domani la sosolidarietà, o meglio la fiscalità generale, possa alleviare le loro angustie quotidiane. Il che, in un Paese ricco di buonismo, quasi certamente, si verificherà. A danno delle formiche di oggi. Che appariranno le riccastre di domani.

La verità è che l’etica del lavoro deve fare ancora molta strada per penetrare nella mente di tutti. A furia di respingere il lavoro, un giorno o l’altro, si finirà per esserne respinti.

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