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di Michele Partipilo
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Le ultime notizie parlano di alcune tombe cristiane devastate nei giorni scorsi nel cimitero di Mosul, in Iraq, da combattenti dell’Isis. Più o meno nelle stesse ore venivano fermati a Palermo una quindicina di migranti sbarcati in Sicilia perché accusati di aver gettato in mare altri dodici profughi, colpevoli soltanto di essere cristiani. Se a questi ultimi due tragici episodi aggiungiamo la serie di stragi perfidamente condotte contro le comunità cristiane di molti Paesi musulmani, il quadro è fin troppo preoccupante.

Eppure il mondo occidentale, che si dichiara inorridito di fronte a queste notizie, non fa granché. Le violenze contro i cristiani sembrano quasi un tabù, un nervo scoperto da non toccare. In questa direzione, per esempio, le dichiarazioni della presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha cercato di ricondurre a un contesto di tensioni, inevitabili in certe situazioni, quel che è accaduto ai dodici gettati in mare. Può darsi che abbia ragione, però le sue parole sono sembrate un voler mettere la testa sotto la sabbia. Un po’ come sta facendo buona parte dei politici che ricoprono ruoli di responsabilità.

Nessuno invoca nuove guerre di religione, il ricorso alle armi porta sempre a inutili stragi. Però è evidente che in questo momento molti, troppi cristiani, sono in pericolo di morte a causa della loro fede. Per gli occidentali tutto questo sembra impossibile, anacronistico. Secoli di guerre, di lotte, di eccidi in Europa hanno almeno prodotto consolidati valori posti alla base degli Stati democratici moderni. Sono valori di civiltà nei quali si riconoscono tutti: credenti e non.
L’elemento fondante è dato dalla capacità culturale di distinguere il credo religioso da tutto il resto. Non è stato facile raggiungere un simile traguardo, ma oggi molti popoli possono vivere nella pace e nella prosperità.

Questo lungo e doloroso percorso non è stato compiuto dalla cultura nata dalla religione di Maometto. Il fermento che essa aveva provocato al suo sorgere - basti pensare agli studi scientifici e al sistema dei numeri detti appunto «arabi» - all’improvviso si è bloccato. E la cultura islamica, pure ricca di premesse vivacissime, si è cristalizzata, restando indietro di secoli. Ne è un esempio il sistema giuridico: mentre nei Paesi cristiani si allargavano le libertà e si affermavano nuovi diritti, nei Paesi musulmani vigeva (e in molti vige ancora) la Sharia, la legge medievale dell’occhio per occhio, dente per dente.

Le rivoluzioni dell’epoca moderna e le idee politiche che le hanno generate sono rimaste fuori dal patrimonio culturale islamico. Ciò ha fatto sì che tra i musulmani, in tempi recenti, si moltiplicassero le interpretazioni più integralistiche, perché più utili a gestire un potere politico assolutista e violento. L’Islam «moderato» di cui si parla è molto spesso una visione che intellettuali e politici occidentali hanno costruito inseguendo le loro convinzioni in fatto di democrazia e pluralismo. Nella realtà è molto difficile che si realizzi poiché non vi è stata quell’elaborazione teologica, politica e culturale che invece si è avuta nelle altre religioni.

Il tabù che oggi non si vuole affrontare è esattamente questo. Si assiste così allo scempio di capolavori del passato, perché non si ammette la possibilità di una cultura e di una civiltà prima del Profeta; si assiste al massacro di persone inermi perché non si ammette il concetto di diversità. Tornare a occuparsi di questioni che pensavamo superate disturba le coscienze, non è politicamente corretto perché abbiamo disimparato a chiamare le cose con il loro nome, in un esercizio di ipocrisia nel quale non incontriamo rivali.

Che fare? Intanto fare e non restare alla finestra a contare i morti, a lanciare allarmi seguiti da colpevoli rassicurazioni. Il terrorismo islamico, cioè il fenomeno più evidente nato dall’arretratezza culturale appena descritta, costa all’Occidente miliardi di euro in termini di attività investigative, di sicurezza, di controlli, di prevenzione e di privazioni. Significa anche una forte limitazione alla libertà personale in quanto non è più possibile visitare numerosi Paesi. Lo stesso Egitto - dove gli italiani erano di casa - è una meta fra le più pericolose.
L’Occidente non può continuare a chiudersi progressivamente nelle sue presunte sicurezze, ma deve uscire allo scoperto per far fronte alle minacce. Come ricordava papa Francesco, la guerra non è l’unica forma di intervento. Vi sono state nel recente passato situazioni in cui è stato possibile utilizzare strumenti che alla fine si sono rivelati vincenti. Ciò che non può continuare è l’indifferenza, il mettere la testa sotto la sabbia, facendo finta che la «sottomissione» - questo significa la parola Islam - non sia affar nostro.

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